Il bel cinema corale di Ozpetek e delle sue MINE VAGANTI
Scritta il: 27 dicembre 2010
Giunto all’ottavo film Ferzan Ozpetek dimostra di essere senza dubbio una delle realtà autoriali più originali del panorama cinematografico italiano. L’eredità della storica commedia all’italiana dei grandi maestri con lui assume toni poeticamente malinconici; l’ironia con cui disegna le personalità dei personaggi rasenta in alcuni casi il realismo grottesco di molte figure che affollano la quotidianità del nostro paese. Eppure le storie che racconta non impongono giudizi morali, anche lì dove pare evidente la sofferenza provocata dai comportamenti altrui riesce ad esaltare principalmente i sentimenti rendendoli protagonisti. Mine vaganti è un’ottima prova corale di cinema che merita elogi per ognuno dei componenti la squadra di lavoro tecnico e interpretativo, a partire dal regista che grazie al supporto creativo dello sceneggiatore Ivan Cotroneo ha scritto una storia emozionante e divertente. Siamo nella Puglia salentina, nella splendida Lecce: i Cantone sono una ricca famiglia storica famosa per il pastificio che mandano avanti da generazioni e che ora è diretto da Antonio, uno dei due giovani rampolli. Il fratello minore Tommaso vive da molti anni a Roma dove ha conseguito la laurea in Lettere e non in Economia e Commercio come crede il padre Vincenzo, perché vuole fare lo scrittore e non lavorare nell’azienda di famiglia come convenzione vorrebbe; per uscire allo scoperto, a livello professionale e personale, e dichiarare finalmente le sue volontà alla famiglia, Tommaso torna a Lecce intenzionato a dire la verità. Ma il suo progetto non ha fatto i conti con le numerose “mine vaganti” che compongono il nucleo familiare dei Cantone, a partire dalla nonna ribelle e malinconica per il ricordo di un amore che non ha potuto vivere fino in fondo, la zia Luciana zitella fin troppo allegra e stravagante, la sorella Elena apparentemente tranquilla ma incatenata per devozione a un destino da casalinga in seguito al matrimonio col partenopeo Salvatore, per finire al fratello Antonio, la mina vagante che Tommaso non avrebbe mai immaginato di scoprire così simile a se stesso. Il tutto sotto gli occhi e le orecchie ingenuamente (falsamente?) ignare di Vincenzo e Stefania, i genitori. Proprio questi ultimi due personaggi danno lo spunto per esaltare Ferzan Ozpetek come straordinario regista di attori, abile nel creare sul set, e ancor prima di arrivarci, un’armonia e un’energia tale da estrapolare ciò che di più intenso ognuno degli interpreti trova nel ruolo da mettere in scena: i coniugi Cantone sono magistralmente interpretati da Ennio Fantastichini e da una sempre più brava Lunetta Savino che grazie a commedie come queste si sta liberando dalla scomoda armatura imposta dalle serie televisive. Stesso discorso potrebbe valere per Elena Sofia Ricci se non fosse che per questa attrice ci sono state parecchie fasi in una carriera che le sta regalando negli ultimi anni le giuste soddisfazioni per performances spumeggianti come quelle dell’eccentrica zia Luciana della pellicola in questione. Nicole Grimaudo premia la fiducia di Ozpetek vestendo con intensità emotiva e spregiudicatezza fisica i panni di Alba, una giovane imprenditrice che entra in affari con i Cantone e che si rivela agli occhi di Tommaso come ulteriore mina vagante dell’ambiente che lo circonda. Passando in rassegna l’esaltante cast vanno menzionati Carmine Recano e Gea Martire, Paola Minaccioni e Daniele Pecci, Bianca Nappi e uno straordinario Massimiliano Gallo in una macchietta napoletana da attore di altri tempi che ha fatto appassionare a tal punto Ozpetek da fargli dire che difficilmente riuscirà nei prossimi lavori a non chiamarlo anche solo per piccole particine. Ruolo fondamentale nel film è quello della nonna recitato con eleganza da Ilaria Occhini, imperiosa nei momenti leggeri e comici come in quelli più amari e tragici, e per portare sullo schermo le sue sembianze giovanili nella storia è stata scelta Carolina Crescentini che mostra con malinconica grazia un personaggio il cui stato d’animo e le cui scelte verranno condizionate dall’evento che nelle immagini viene mostrato alla stregua di un film muto. Nonostante la già elogiata capacità del regista di portare gli attori al loro meglio non si dava preventivamente per indovinata la scelta degli interpreti per i protagonisti principali di Mine vaganti: e invece anche stavolta Ozpetek ha fatto centro mettendo alla prova due sex symbol come Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi a cui va un plauso per la bravura nel mostrare ma anche nel nascondere la condizione emotiva dei personaggi, in un difficile lavoro di amplificazione e sottrazione continua di toni comportamentali conseguenti all’evoluzione della storia. Il contesto che ha reso simbolici i film di Ozpetek è quello del collettivo, di un insieme di persone che hanno bisogno di stare insieme anche nei contrasti e nelle difficoltà; quasi sempre si è trattato di un gruppo di amici, mentre in Mine vaganti il contesto diventa familiare e le problematiche si acuiscono così come le pretese perché ci sono cose che in famiglia non vanno dette anche se sono risapute, c’è un’apparenza da dover salvare agli occhi degli altri, un quieto vivere che porta ad accettare condizioni imposte per poter continuare a far parte del nucleo avendo paura delle conseguenze di scelte impopolari. Mine vaganti è un bel film che offre molte scene di vita familiare, comprese le tavolate tanto bistrattate dalla critica che, invece, rendono magnificamente la forza delle storie che Ozpetek racconta e che permettono più che in altri momenti di comprendere le atmosfere narrative attraverso botta e risposta nelle conversazioni, frasi sussurrate, rivelazioni e confessioni pubbliche e pensieri e desideri esternati solo da sguardi incrociati. Se si vuole trovare significato e indirizzo morale al film di Ozpetek va ricercato in alcune frasi emblematiche (“ma tu sei felice?”) che, lontane da pretese filosofiche e ideologiche, descrivono appieno l’intenzione di partenza della sceneggiatura (“sbaglia per conto tuo, sempre!”). Il tocco magico del regista sta nel firmare l’opera, evitando un finale risolutivo, con immagini tra l’onirico e il surreale unendo tutti i personaggi della storia, anche di epoche diverse, in un ballo che entrerà di diritto tra le scene che fanno Cinema





