Le città invisibili

Le città invisibili

di Italo Calvino

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Sinossi

Città reali scomposte e trasformate in chiave onirica, e città simboliche e surreali che diventano archetipi moderni in un testo narrativo che raggiunge i vertici della poeticità.

Quarta di copertina

"Che cos'è oggi la città per noi? Penso d'aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città." (Da una conferenza di Calvino tenuta a New York nel 1983) Città reali scomposte e trasformate in chiave onirica, e città diaboliche e surreali che diventano archetipi moderni di un testo narrativo altamente poetico.

Recensioni

La fantasia all'estremo...

Scritto da walter3958 il 01 marzo 2012

Per mè è un libro di una tale fantasia da diventare CERVELLOTICO................và a braccetto con l'altro suo libro "Se una notte d'inverno un viaggiatore" che ho interrotto al 2 capitolo mentre questo l'ho letto tutto e sicuramente a tanti altri lettori fantasiosi è piaciuto ma a mè,che amo i classici della letteratura,no! Di Calvino consiglio il suo primo libro "I sentieri dei nidi di ragno" quello è un libro davvero bello e con un filo continuo che non ti molla dall'inizio alla fine.

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La poesia delle città

Scritto da cleopinki il 30 dicembre 2011

Con il suo stile meraviglioso e leggerissimo Calvino descrive una serie di città immaginarie e irreali, immaginando che il giovane Marco Polo, dopo averle visitate, ne faccia un resoconto a Kublai Khan. Le città sono una più bella dell'altra, e rappresentano città mentali, città dell'anima, immaginarie e assurde: sono tutto quello che il lettore vuole che siano. E' uno dei libri più belli e poetici che abbia mai letto.

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Molteplicità conoscitiva

Scritto da Estragon il 27 dicembre 2011

Un gioiello di urbanistica e di fantasia. Lo stile di Calvino è inconfondibile, il libro si fa leggere in veramente poco tempo. Alcune descrizione sono indimenticabili e a tratti evocano i quadri di Escher.

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il solito Calvino: un genio

Scritto da martinaportrait il 08 novembre 2011

Il genio di Calvino che passa in rassegna verità umane e sovrumane, attraverso le città. questa raccolta di esperienze (quasi oniriche) è pura poesia, racchiusa in un contesto narrativo. è un punto da cui iniziare o in cui finire. è eccellente.

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Un'altra dimensione...

Scritto da Paquitina il 21 settembre 2010

Lo scopo è quello di far giungere il lettore in un’altra dimensione, in cui l’aggancio con la realtà si affievolisce per lasciare spazio allo sviluppo della fantasia secondo la volontà di ognuno. La visione della città è funzionale agli uomini che ne fanno parte e al centro del tutto vi sono proprio essi, così che il grande agglomerato urbano non sia semplicemente uno stanco e depauperante dormitorio, destinato progressivamente a svuotarsi, ma uno spazio in cui, anziché relegare i suoi abitanti, li proietti verso una libertà sempre più ampia.

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Incantevole

Scritto da abuc il 13 settembre 2010

Una visione onirica e sognante del mondo, delle “città” in cui tutti viviamo ma che tutti abbiamo spesso di guardare. Un racconto stravagante di un viaggiatore per il suo sovrano, che non può viaggiare ma che riesce a visitare, grazie alle parole, ai gesti, e agli oggetti del suo suddito, le infinite città del suo regno: le loro ricchezze, la loro rovina, persino le voci e gli odori di ciascuna di esse vengono raccontate con tale delicatezza che ognuno si ritroverà perso in terre lontane, ogni volta diverse. O forse sempre nella stessa terra che cambierà sotto gli occhi del viaggiatore secondo gli occhi con i quali ci si appresterà a guardarla.

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Città e linguaggio

Scritto da lsimone il 13 settembre 2010

In questo immaginario dialogo tra Marco Polo e il Gran Kan dei Tartari sono descritte le molte città visitate dal primo per incarico del secondo. Tuttavia i resoconti delle ambascerie di Marco si rivelano diversi da quelli di tutti gli altri dignitari del Kan: "- Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure, oppure mi segnalano miniere di turchesi nuovamente scoperte, prezzi vantaggiosi nelle pelli di martora, proposte di forniture di lame damascate. E tu? - chiese a Polo il Gran Kan. - Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare? - E' sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po' di vento, - rispose Marco Polo. - Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c'è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l'odore d'un estuario fangoso." (pag. 25). Ma questo è solo l'inizio. Risulterà presto evidente, tanto al Kan quanto al lettore, che lo scopo di Marco (e quindi dell'autore) non è di descrivere le città che egli ha visitate, quanto di indagare i processi linguistici e mnemonici che, consciamente o incosciamente, l'osservatore Marco compie per descrivere al Kan quanto egli ha visto. Il problema è allora innanzi tutto linguistico: "... Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che estraendo oggetti dalle sue valige: tamburi, pesci salati, collane di denti di facocero, e indicandoli con gesti, salti, grida di meraviglia o d'orrore, o imitando il latrato dello sciacallo e il chiurlo del barbagianni. [...] Col passare del tempo, nei racconti di Marco le parole andarono sostituendosi agli oggetti e ai gesti: [...]. Lo straniero aveva imparato a parlare la lingua dell'imperatore, o l'imperatore a capire la lingua dello straniero. Ma si sarebbe detto che la comunicazione fra loro fosse meno felice d'una volta: certo le parole servivano meglio degli oggetti e dei gesti per elencare le cose più importanti d'ogni provincia e città: monumenti, mercati, costumi, fauna e flora; tuttavia quando Polo cominciava a dire di come doveva essere la vita in quei luoghi, giorno per giorno, sera dopo sera, le parole gli venivano meno, e a poco a poco tornava a ricorrere a gesti, smorfie, a occhiate." (pag. 39-40) Quindi semiotico: "[...] Eppure ogni notizia su di un luogo richiamava alla mente dell'imperatore quel primo gesto o oggetto con cui il luogo era stato designato da Marco. Il nuovo dato riceveva un senso da quell'emblema e insieme aggiungeva all'emblema un nuovo senso." (pag. 22). Poi ancora di rappresentazione: "Torno anche io da Zirma: il mio ricordo comprende dirigibili che volano in tutti i sensi all'altezza delle finestre, vie di botteghe dove si disegnano tatuaggi sulla pelle ai marinai, treni sotterranei stipati di donne obese in preda all'afa. I compagni che erano con me nel viaggio invece giurano d'aver visto un solo dirigibile librarsi tra le guglie della città, un solo tatuatore disporre sul suo panchetto aghi e inchistri e disegni traforati, una sola donna-cannone farsi vento sulla piattaforma di un vagone. La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città incominci a esistere." (pag. 19); "[...] Forse l'impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi nella mente." (pag. 22). Infine gnoseologico: "- Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi, - chiese a Marco, - riuscirò a possedere il mio impero, finalmente? E il veneziano: - Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi." (pag. 22) Ma tutto questo è solo uno dei piani di lettura a cui il testo si presta, le dialettiche peregrinazioni di Marco e del Kan toccheranno anche molti altri temi: il ricordo come metodo conoscitivo ("[...] più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraersato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.", pag. 26); il potere evocativo dei nomi ("A lungo Pirra è stata per me una città incastellata sulle pendici d'un golfo, con finestre alte e torri, chiusa come una coppa, con al centro una piazza profonda come un pozzo e con un pozzo al centro. Non l'avevo mai vista. Era una delle tante città dove non sono mai arrivato, che m'immagino soltanto attraverso il nome: Eufrasia, Odile, Margara, Getullia. Pirra aveva il suo posto in mezzo a loro, diversa da ognuna di loro, come ognuna di loro inconfondibile agli occhi della mente.", pag. 93); la logica e i suoi limiti ("- D'ora in avanti sarò io a descrivere le città, - aveva detto il Kan. - Tu nei tuoi viaggi verificherai se esistono. Ma le città visitate da Marco Polo erano sempre diverse da quelle pensate dall'imperatore. - Eppure io ho costruito nella mente un modello di città da cui dedurre tutte le città possibili, - disse Kublai. - Esso racchiude tutto quello che risponde alla norma. Siccome le città che esistono s'allontanano in vario grado dalla norma, mi basta prevedere le eccezioni alla norma e calcolarne le combinazioni più probabili. - Anch'io ho pensato un modello di città da cui deduco tutte le altre, - rispose Marco. - E' una città fatta solo d'eccezioni, preclusioni, contraddizioni, incongruenze, controsensi. Se una città così è quanto c'è di più improbabile, diminuendo il numero degli elementi abnormi si accrescono le probabilità che la città ci sia veramente. Dunque basta che io sottragga eccezioni al mio modello, e in qualsiasi ordine proceda arriverò a trovarmi davanti una delle città che, pur sempre in via d'eccezione, esistono. Ma non posso spingere la mia operazione oltre un certo limite: otterrei delle città troppo verosimili per essere vere.", pag. 69); l'immaginazione come proiezione dei desideri dell'individuo ("Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d'un'altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l'altra, diventata come oggi noi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.", pag. 31); l'ecologia, la giustizia, le relazioni umane e sociali e ancora molti altri. Insomma un affascinante viaggio antropologico attraverso favolose quanto inesistenti città ("- Le tue città non esistono. Forse non sono mai esistite. Per certo non esisteranno più", pag. 59) per arrivare infine a capire qualcosa di più dell'umano pensiero e delle umane lingue.

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come le favole ai bimbi

Scritto da supergiuggy il 22 settembre 2008

è un libro da leggere nel tempo. è stato bello tenerlo sul comodino, e leggerne un capitolo per volta, come si fa con le favole per i bambini. lo consiglio di cuore a chiunque apprezzi una visione del mondo allo stesso tempo realistica e fantasiosa, con riflessioni su tutti quelli che osno i temi fondamentali della vita di un uomo.

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La mia recensione

Altre informazioni

Genere:letteratura italianaParole chiave laFeltrinelli:narrativa moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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