Altai
di Wu Ming
€ 16,57
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- Listino€ 19,50EditoreEinaudiCollanaStile libero bigData uscita17/11/2009
- Pagine350LinguaItalianoEAN9788806198961
Sinossi
Un travagliato viaggio verso oriente lo porta fino a Istanbul, dove incontrerà Giuseppe Nasi, alias Joào Miquez, nemico n.l di Venezia, potente giudeo che dal cuore dell'impero ottomano sfida e destabilizza l'Europa. Tra echi di rivolte, innovazioni tecnologiche, scontri di civiltà, l'intrigo si muove da Ragusa a Cipro, passando per Salonicco (la "Gerusalemme dei Balcani", capitale del giudaismo sefardita) e altre "colonie di funghi velenosi". La parola Thammül indicava la "convivenza" tra le religioni nell'Impero ottomano. Documenti segreti, battaglie, città assediate, biografie che si alimentano di leggenda. In una simile temperie ricompare, anziana ma indomita, una vecchia conoscenza. L'uomo non vede l'intero affresco, ma sa quello che deve fare.
Recensioni
SEMPLICEMENTE STREPITOSO
Scritto da 1matteon il 16 settembre 2010
Dopo quasi un anno dall’uscita ho preso in mano questo fantomatico epilogo di Q con grande aspettativa. Mi è piaciuto fin da subito: parte bello determinato questo libro e non perde mai di ritmo e tensione. Rispetto a Manituana l’ho trovato molto semplice, lineare: pochi i protagonisti e tutti bellissimi. Mi sono finalmente riconciliato con i Wu Ming di Q e 54 che restano in assoluto i due più grandi capolavori.
Si può dare di più
Scritto da luna747 il 22 gennaio 2011
I cinque Wu Ming riscoprono le atmosfere di Q ma è solo una riscoperta, è un po' come se in uno sca vo si scoprisse un reperto lo si cominciasse a smontare e si cercasse di comprenderne il funziona mento e di intuirne l'utilizzo. Si porta a termi ne il compitino ma non se ne colgono le sfumatu re. Insomma la scrittura è sempre valida, ma dopo Q la lettura di Altai lascia un senso di insipi do, di vaga insoddisfazione di un'aspettativa che probabilmente era troppo alta.
presupposti presenti
Scritto da plessus il 04 agosto 2010
Seconda metà del ‘500. Agente segreto di Venezia e giudeo rinnegato è costretto a fuggire incontro al nemico ottomano, a seguito dell’incendio dell’arsenale di cui viene ingiustamente accusato. Nella tollerante Costantinopoli rivaluta le proprie origini e accetta di mettersi al servizio, anzi, al servigio, di un ricco giudeo dalle ambizioni spropositate e vicino al Sultano: mira infatti al trono di Cipro. Collabora attivamente al fine perseguito dal solidale e partecipa da osservatore al tragico assedio di Famagosta, ultima roccaforte dell’isola. Ma la Repubblica di Venezia non dorme. Nei mesi immediatamente successivi alla dispendiosa conquista dell’isola le forze cristiane radunano una potente flotta che affronta quella turca, anzi turchesca, sbaragliandola nella battaglia di Lepanto. Al protagonista principale di questo romanzo corale il destino riserverà un beffardo, tragico epilogo. L’impero ottomano troverà altre vie per consolidare la propria potenza nei secoli a venire. Comincio dai lati positivi. E’ un romanzo storico ove i fatti e gli ingegni documentati sono ricostruiti con cura e abilmente mescolati alla finzione. Periodi brevi, sintassi con poche frasi dipendenti, uso frequente del punto a capo, ricca esibizione di terminologia dell’epoca, impianto narrativo semplice e solido sovrapposto ad un noto periodo storico, dialoghi ridotti all’osso pregni di significati sentenzianti, personaggi maschili pennellati con grande efficacia, ritmo degli eventi determinato con estrema perizia: tutto molto funzionale alla narrazione ed alla scioltezza di lettura. Spazio anche alle figure femminili: una nel ruolo di servetta intelligente e dal bel corpicino finalizzati entrambi alla tradizionale (breve) storia d’amore. Poi c’è il karma di un’altra che da un quadro appeso aleggia sui protagonisti, trasmettitore della giusta dose di inquietudine attraverso un intenso sguardo dipinto. Una terza che da dietro le quinte tesse pazientemente la propria tela sugli avvenimenti, a latere del posticcio e importante marito (il solidale del protagonista). Vento di fuga e forza del destino, senso del mistero e trame dell’inganno, grandi battaglie su campi intimi, di terra e di mare, sogni di un popolo. Presupposti di un’epica vera all’interno di un grande romanzo ad ampio respiro: presenti. Ora, qualche considerazione non precisamente benevola. Come al solito, per parte mia, sotto forma di impressioni e percezioni, anche se elimino i sembra, i percepisco e i probabilmente. Le righe in Altai sono tutte composte da parole finalizzate alla storia: hanno il loro carico allusivo ma non possiedono purtroppo un momento di allungo fuoribordo, né una fase di espansione e poi di resistenza del gusto, né un circuito riflessivo o una digressione che bypassino il singolo paragrafo per invitare il lettore ad un apprezzamento beato e non beota dei pensieri espressi, tale da indurlo ad uno sviluppo intuitivo accompagnato ad una sorta di godimento della propria perspicacia. Il lettore rimane privo del gentile biglietto di invito all’estasi, possibilmente da raggiungere dopo aver con grazia assaporato la linfa del talento letterario residente nel dna dell’Autore, oltre che distillata dall’attitudine e dalla preparazione negli studi. In Altai queste ultime si uniscono in un unico sano e robusto grembo in cui il vero talento viene ospitato, ma a livello fetale: il pupo sta al caldo ma deve ancora emettere il primo vagito. Si notano e si apprezzano gli sforzi di offrire un’impronta poetica a parti descrittive (quest’aspetto è più intimo e spontaneo in Manituana) ma per loro natura - gli sforzi - sono privi di quella calda disinvoltura generata da capacità innate, e finiscono per apparire proprio come tali: un’applicazione didascalica priva di naturalezza tesa a influenzare benignamente il lettore. E vendere di più. Ogni espressione è bella ma è come se possedesse la caratteristica di un moto propiziatorio al paragrafo successivo, all’evento susseguente. Ogni periodo è troppo essenziale, scarno ancorché significativo, a sagacia sovralimentata o attinente all’intrattenimento nozionistico. La lettura vola su un tappeto di conoscenza e padronanza delle lingue; volo ben diretto dalle capacità tecniche e muscolari degli Autori, ma non associato ad un traino emozionale altrettanto forte. Manca l’elemento seduzione. Non solo: i fantasmi dell’ignoranza sono in grado di far assaggiare amorevoli bacchettate ogni volta che si impatta in sintagmi inconsueti propri dell’epoca. Zingarelli e Rete iuvant. Mentre i lettori più esigenti e addestrati al di fuori della cerchia dei proseliti del collettivo, che puntano l’obbiettivo su testi dotati di attributi affabulatori, su narrazioni ricche di humus intellettuale in grado di testimoniare una stretta connessione tra il lettore e una personalità autoriale che giganteggia, rimarranno parzialmente delusi. Qui il prodotto è rappresentato, come dire, da un corpo adulto, ben formato e movimentato ma privo del fascinoso istinto da animale selvatico, le cui tracce sono presenti invece in Manituana. E l’identità animale (aggettivo da anima) di cui sono ben equipaggiati i personaggi raramente entra in comunione con quella del lettore. Sarà che ho ancora in mente 2666... Un ultimo, piccolo appunto “tecnico”: un carattere mezzo punto più piccolo, righe poco più larghe e la divisione in meno capitoli avrebbero ridotto il numero di pagine e i guadagni di Autori, editore, distributore e libraio. E fatto risparmiare il lettore... Insomma, i WuMing sembrano appartenere a quella categoria di nuotatori che si fanno un culo come un secchio in allenamento per poi ottenere dei buoni piazzamenti in competizione (vedere classifiche di vendita di questi giorni...). Magari ottimi grazie anche ad un’appropriata alimentazione integrata e, ahimè, al doping. Non li colloco in quella razza di atleti talora sfaticati, un po’ zingari, rivoltosi nell’animo e non nel muscolo che grazie all’immenso talento in dotazione sono brillantemente i primi della classe in ogni gara disputata. Anche se ammalati, anche se usciti da una notte di stravizi, sempre bravi a stupire. Quegli atleti a cui si è disposti perdonare qualsiasi errore. Personalmente resto in qualche modo affascinato dalla abilità retorica dei WuMing, culturalmente molto preparati, politicamente schierati dalla parte giusta, attivissimi in rete, disponibili al dialogo on line e ai dibattiti. Mi piace quando esibiscono quasi con baldanza le inevitabili (talvolta davvero pretestuose) critiche negative di parte - ovviamente controbattute - destinate alle loro opere, concordo sull’uso della carta riciclata per i loro romanzi e quando si dichiarano favorevoli al copyleft. Ma per le motivazioni appena esposte, mi aspettavo qualcosa di più da loro. Anche se, complessivamente, considero Altai un buon romanzo.
Un romanzo storico soddisfacente
Scritto da sirLac il 21 aprile 2010
“Quindici anni dopo l'epilogo di Q”, così recita la fascetta forse solo a scopo commerciale per sedurre il lettore sbadato che si è già 'divertito' con il precedente romanzo. Come il sottoscritto. Peccato invece che non sia lì per ricordare: in “Q” gli autori e molti lettori ci hanno messo l'anima; i sogni e l'impegno politico che hanno riversato nel libro si sono poi scontrati duramente con il G8 di Genova, e quanto detto scritto e fatto non dovrebbe essere dimenticato. Ma sulla fascetta rimane solo il libro. E per me, semplice lettore, è anche una fortuna: posso avvicinare infatti il seguito di quel romanzo militante, scrigno di emozioni inestimabili, anche da profano e prenderne qualche piccola monetina. Molto va perso, forse qualcosa di vitale in realtà. Però... Accennando almeno brevemente a “Q” (in maniera del tutto faziosa e ignorando completamente la trama) per non tralasciare la matrice, segnalo che è un bel romanzone storico, dicendo così che non solo è un bel 'tomone'> di oltre 700 pagine ma è anche un libro in grado di offrire una profonda immersione nella Storia. La prima parte rimane, a mio gusto, di maggior impatto emotivo e narrativo, le altre due tendono a scivolare sempre più verso il gioco letterario e perdono un po' la presa: nel complesso mi hanno lasciato l'impressione di aver letto tre generi diversi di romanzo attraverso i quali un protagonista molto sofferto è stato costretto a vestire i panni dell'eroe più tipico, quello che non può morire e smaschera sempre i cattivi. Nonostante quindi le tre parti rimangano giustapposte, “Q” si avvale di una grande carica romanzesca (e di capitoli non eccessivamente lunghi) in grado, secondo me, di spingere a grandi abbuffate di pagine prima di riuscire ad imporsi la fine della sessione di lettura. Il pregio stacca il difetto e non ho potuto esimermi dal comprare il seguito, per giunta meno impegnativo dal punto di vista della mole di pagine. In “Altai” Gert/Ludovico non è più il protagonista ma uno dei comprimari. Tuttavia risplende ancora in lui l'invincibilità dell'eroe, anzi! La sua aura ormai spazia dalla classicità del deus ex machina, perché col suo bagaglio di esperienza (che è saggezza delle cose degli uomini) può risolvere i problemi, a quella da fumetto Marvel, essendo a capo di un piccolo manipolo di esseri 'particolari' (per un attimo i Wu Ming sembrano sul punto di farli urlare “Vendicatori Uniti!” ( http://it.wikipedia.org/wiki/Vendicatori ) mentre, tra scintille di luce e armi esotiche, si preparano a combattere l'orda dei cattivi). I tentativi di dare amarezza (o meglio, di fargli riconquistare l'amarezza della prima parte di “Q”) sono molto flebili e il nostro caro Gert/Ludovico rimane una figura bidimensionale che si limita ad eseguire la sua funzione di eroe e Virgilio per far rivivere al lettore gli eventi del passato. Lascia però in questo il testimone al nuovo protagonista. Ugualmente diviso nell'identità (ha cambiato il suo nome Manuel Cardoso in Emanuele De Zante e ha nascosto la sua origine ebrea per servire la Serenissima), ugualmente eroico (magari anche dal gusto un po' videoludico in questo caso vista l'ambientazione veneziana di Assassin's Creed II, http://it.wikipedia.org/wiki/Assassin%27s_Creed_II ) il nuovo protagonista è proprio come il vecchio, bidimensionale e guida (nel suo tentativo estremo di salvare la flotta turca dalla sconfitta di Lepanto, la vanità della sua determinazione può essere scambiata per una telecamera che viene spostata nel luogo cruciale della battaglia per mostrare al pubblico l'evento clou) ma nel suo battesimo romanzesco molto meno “emozionante”: l'incipit che lo getta tra le braccia della tragedia storica non è paragonabile a quello di Gert. Alla fine muore certo, ma da vincitore: sereno affronta il boia, perché sa di aver fatto quello che andava fatto, e saggio (non vendicativo) lancia al traditore padre putativo la frase sibillina con cui, per il lettore, lo schiaffeggia 'condannandolo' a vivere e a fronteggiare la rovina (profetizzata dallo stesso Cardoso) senza la consapevolezza degli eventi né la tranquillità nel cuore. Il loro essere espedienti letterari per raccontare a me va più che bene: i due eroi si muovono e agiscono come se veramente stessero costruendo la Storia ormai scritta, ne animano lo sfondo in modo da rendere un poco più carne e sangue le pagine lette nei manuali e i grandi eventi diventano un oggi che può essere sentito e capito. Oltretutto il taglio dei Wu Ming "sovrascrive" il punto di vista più noto della Storia integrandolo con quello degli "altri", dei vecchi (e nuovi) avversari: il romanzo storico come chiave di lettura dei nostri giorni non è solo un effetto collaterale del genere. Concludendo... “Altai” è una lettura piacevole, non è un romanzo che incanta, ha meno presa di “Q” ma tenta ugualmente di dire qualcosa che vada oltre la semplice narrazione e ha finito per soddisfare le mie aspettative.
Buon libro di avventure
Scritto da massilagi il 30 gennaio 2010
Buon libro di avventure, ma niente di comparabile con il suo precedente Q. Lo si gode di piu' se si legge subito dopo il suo ben piu' nobile antecedente, ma non e' un secondo episodio, anzi, pare che il protagonista di Q stia li' solo per aggiungere un po' piu' di tono al racconto, quasi un'operazione di marketing. Mi aspettavo di piu' ma e' comunque buono.







