
Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni. Testo inglese a fronte
di Edwin Abbott Abbott
€ 6,80
( -15%)Consegna gratis nei nostri negozi
- Listino€ 8,00EditoreEinaudiData uscita24/05/2011Pagine180
- LinguaItaliano-IngleseEAN9788806207939
Sinossi
“Flatlandia” è stato pubblicato anonimo nel 1882. Abbott vuole spiegare la natura delle tre dimensioni che conosciamo, in modo da prepararci all’eventualità di una quarta dimensione, ancora sconosciuta. Così immagina un mondo a due dimensioni, Flatlandia, dove la terza dimensione è inconcepibile. Ma che cosa succede se un abitante di Flatlandia si rende conto che un’altra dimensione è, non solo concepibile, ma addirittura esistente? Al suo primo apparire, l’opera di Abbott non riscosse particolare attenzione. Ma è nel 1920, nel secolo di Einstein, che inizia ad attirare l’interesse di molti per l’evidente analogia con lo sforzo di comprensione che la teoria einsteiniana portava con sé. Come è noto, infatti, la teoria della relatività aggiunge una quarta dimensione, il tempo. Da allora questo libro è diventato un classico della letteratura, contaminata con la scienza.
Recensioni
Metafora del mistero
Scritto da g.prestandrea il 19 novembre 2011
Il protagonista di questa storia è un Quadrato. Essa inizia con una accurata descrizione del mondo a due dimensioni, Flatlandia, – nel quale esso vive – ma poi si apre a considerazioni più generali relative alla conoscenza, raffigurando anche altri mondi possibili: quello a nessuna dimensione, Puntolandia (visitando questo mondo, il Quadrato si sente dire dalla sua guida – a p. 123 – “Lasciamo il Dio di Puntolandia all’ignorante godimento della sua onnipotenza e onniscienza …”); il mondo a una dimensione, Linealandia; fino a quello a tre dimensioni, Spaziolandia, i cui abitanti sono gli interlocutori privilegiati dell’intera narrazione. È fondamentalmente una metafora, provocatoria, del mistero e della variabilità dei suoi confini, tuttavia, non mancano altri interessanti spunti di riflessione sul tema del bene e del male; sul benessere generale dello Stato – per garantire il quale si giunge anche a ipotizzare la necessità di uno Stato di polizia – in contrapposizione al tornaconto particolare; sull’emancipazione femminile; sul miglioramento della specie fino ad ammettere l’utilità di una prassi eugenetica; sulla felicità correlata all’esistenza limitata rigorosamente ai propri confini naturali senza sfide velleitarie che inducano a valicarli. Tornando alla metafora, è nella seconda parte dell’opera di Abbott che si trovano le considerazioni più intriganti. Parlando di Linealandia, il protagonista – voce narrante – dice, a p. 77: «Non essendo in grado di muoversi, né di vedere se non entro tale Linea, non concepiva alcunché al di fuori di essa.» Dunque, il proprio spazio è lo Spazio, esso si configura secondo le proprie potenzialità cognitive, che sono le uniche possibili, e assume perciò valore assoluto. Ma, appena si suppone una nuova visibilità – quella propria del visitatore proveniente da Flatlandia – nella terra di Linealandia la primitiva concezione del mondo dei suoi abitanti assume un valore relativo: rivolgendosi al Re, il Quadrato dice «”Il vero Spazio è un Piano, mentre il vostro è solo una Linea”.» (p. 85). È a questo punto che nel dialogo tra il Re di Linealandia e il Quadrato di Flatlandia emerge, come di sfuggita, il tema della morte. Dovendo il Quadrato, con il proprio movimento, dimostrare al Re la possibilità reale della seconda dimensione, a p. 85-86 si può leggere: «… cominciai a spostare il mio corpo fuori da Linealandia. Finché qualche parte di me rimase nei domini e nella visuale del Re, egli continuò a esclamare: “Ti vedo, ti vedo ancora; non ti stati muovendo”. Ma quando alla fine superai la Linea, gridò con la sua voce più acuta: “È svanita; è morta”. “Non sono morto – ribattei io. – Sono semplicemente uscito da Linealandia, …, e mi trovo nel vero Spazio dove posso vedere le cose come sono in realtà”. » Un altro tema appena toccato è quello della contrapposizione tra credere e riconoscere. A p. 86, il Re dice: «Mi chiedi di credere che esista un’altra Linea oltre a quella che percepisco con i sensi … … io ti chiedo di descrivermi a parole o di mostrarmi con il movimento questa seconda linea …». Il dialogo si chiude, a p. 87, con il Quadrato che afferma: «”Ti basti sapere che sono il completamento della tua incompiutezza”.» Abbott rinforza la descrizione del confronto tra il Re e il Quadrato, ponendo quest’ultimo nella stessa condizione di incredulità quando riceve la visita di una Sfera. Tuttavia, il Quadrato è come un antico eroe: egli accetta di visitare il mondo a tre dimensioni ma non si sottrae alla tentazione di provocare a sua volta la Sfera, ipotizzando che vi siano altre dimensioni superiori, rintracciabili con lo stesso metodo usato dalla Sfera per convincerlo del valore relativo di Flatlandia. La Sfera in un primo momento reagisce in modo stizzito ma poi ammette il suo errore ed esorta il Quadrato «… ad aspirare a cose più elevate e a insegnare al prossimo a fare altrettanto.» (p. 124). Ma a questo punto si pongono in modo naturale alcune questioni di fondo: è possibile vedere il proprio mondo dall’esterno? Anche una escursione visionaria può sollevarci definitivamente dalla miopia delle proprie potenzialità? Oppure l’obiettivo del vivere, lungi dal ridursi al godimento della propria esistenza, non sta proprio nella manifestazione ampia delle proprie potenzialità, lasciando al movimento evolutivo di generare forme più potenti capaci di sperimentare nuove dimensioni? Il risultato è un’opera gustosa e stimolante, la cui seconda edizione riveduta è apparsa nel 1884 (la prima edizione è del 1882).





