Una vera pace
Scritta il: 30 settembre 2009
Scritto all’inizio degli anni ’70, uscito in Israele nel 1982, questo romanzo di Amos Oz è tra le prime opere del grande autore israeliano: interessante proprio perché vi si trovano allo stato nascente, tante tematiche, tanti accenti, tante modalità espressive che egli saprà sviluppare nel corso del tempo, fino al culmine di “Una storia di amore e di tenebra”. In primo luogo c’è l’ironia benevola con la quale lo l'A. accompagna gli attori della vicenda in circostanze le quali, pur in sé drammatiche, finiscono talora per assumere una dimensione comica. Mentre delinea i diversi tipi umani, dai protagonisti alle figure di minor rilievo, grazie alla forte capacità di introspezione psicologica, Oz attraverso i loro caratteri, è in grado di esprimere il clima di un’epoca. Il romanzo si svolge, come detto, alla vigilia della “Guerra dei Sei Giorni” del giugno 1967; e dunque ci coinvolge con le angosce e le speranze di quel periodo storico. I primi decenni di vita dello Stato ebraico; la consapevolezza del pericolo sempre presente e la tensione nel farvi fronte, come quando, tra i “si dice”, diffusi qua e là, spicca la voce di un attacco preventivo israeliano. Ritroviamo i sentimenti dei sopravvissuti alla Shoah, che non sanno superare il trauma della tremenda esperienza vissuta. Il dramma di un Paese in guerra fin da prima della sua nascita; con il dolore che ti brucia dentro ogni volta che ricordi quando, per la prima volta, hai ucciso un uomo. I contrasti tra le generazioni, la sfiducia reciproca tra padri e figli: i secondi che sentono un’insopprimibile ansia di libertà autentica; mentre i primi mescolano ad un atteggiamento giocoforza disincantato verso il sogno sionista non più in grado di suscitare le passioni dei primi tempi, una serrata critica della presunzione e delle tendenze “americaneggianti” (capelli lunghi, tamburi da jungla e rock and roll) in voga tra i giovani. Coinvolgente è il modo con cui l’Autore mette questi pensieri in punta di penna all’anziano Yolek allorché questi, preso dalla disperazione per la partenza del figlio, le cui motivazioni non riesce a comprendere, scrive una lunga lettera al vecchio amico Levi Eshkol. La natura assunta a ruolo di personaggio, vivo e palpitante, espressione dello stato d’animo dei protagonisti, percepita da essi talora partecipe alle loro sofferenze, talora ostile, come quel villaggio arabo in rovina, Sheikh Dehar, posto non lontano da Granot, distrutto dagli israeliani durante la Guerra d’Indipendenza del 1948. Sulle rovine della casa dello sceicco fiorisce una buganvillea fiammante, ma, sovente, par di udire urla terribili provenire da quel luogo. Un “lungo grido cattivo che fende [va] il silenzio di miele”. Natura a volte insensibile. “Tutto è vano” riecheggia la Bibbia “C’è freddo nell’universo. E vuoto. Se esistono altri mondi, saranno certo come qui, in fondo al balcone….” Questo tessuto narrativo si avvale di accorgimenti letterari tali da rendere l’opera ancor più ricca di significati e segreti: come, ad esempio, quando Oz si fa all’improvviso da parte e lascia parlare in prima persona i diversi personaggi; a volte all’inizio di un capitolo, a volte all’interno dello stesso. Un effetto sorpresa di straordinaria suggestione. Mara Marantonio www.angolodimara.com


