Amora e Tenebra
Scritta il: 20 settembre 2008
Definito un’autobiografia nazionale, vi si intrecciano vicende complesse; magia, psicologia, storia , favola; risate, lacrime, speranze, delusioni, tragedia, gioia sublime, in un continuo andirivieni tra passato e presente. Si mescolano la storia di un uomo, di due famiglie nell’arco di oltre un secolo, di una Nazione. Lo stile cambia di continuo, in una ricerca appassionata. Luce e tenebra e contraddizioni. Passato e Presente. Avanti e Indietro. Amore e Tenebra. C’è un centro, per così dire, forte, che determina l’unitarietà del racconto: il suicidio dell’amata madre, Fania Mussman, a seguito di una lunga, dolorosa depressione, avvenuto in casa della sorella di lei, Haya, a Tel Aviv, nel gennaio 1952, quando Amos non aveva ancora tredici anni. Su questa tragica vicenda egli aveva serbato un silenzio lungo un cinquantennio. Il linguaggio è efficace, colorito, pieno di sfumature, con pensieri e annotazioni che vanno dritti al cuore del lettore; non mancano, nei contesti giusti, né l’ironia affettuosa, né i toni ed accenti epici, ma non vi troverai un granello di retorica. L’opera si snoda lungo sessantatre capitoli ed è composta, per così dire, di diversi piani che si intersecano l’un l’altro in un mirabile castello palpitante di vita. Alcune (poche, per la verità) ripetizioni attestano un non esatto incastro tra i diversi piani; ma ciò non è un limite, poiché sta ad indicare la sofferenza, il vissuto faticoso dell’Autore sulle pagine che scrive, una carne viva, come tale non perfetta. Altro aspetto interessante, nell’intreccio tra storie personali e grande Storia, l’apparire sulla scena, in prima persona o grazie alle parole dei diversi personaggi, di interpreti rilevanti per le vicissitudini del popolo ebraico e/o di Israele. E poi c’è Gerusalemme, che non si accontenta a far da sfondo, ma assurge al ruolo di personaggio del romanzo, come del resto in altre opere dello stesso Autore. Si potrebbe quasi dire che essa cambia e cresce insieme con lui. Questo grande poema o affresco si apre e si chiude, in omaggio alla circolarità dell’ebraismo, in due ambienti tanto modesti quanto alto è il sentire dei protagonisti: il minuscolo appartamento, zeppo di libri, a piano terra nel quartiere di Kerem Abraham della famiglia Klausner e la semplice abitazione di zia Haya a Tel Aviv, in cui Fania decide di congedarsi dal mondo. L’ultimo capitolo è dedicato alla morte di Fania. E’ di altissima intensità; una sinfonia, col canto della capinera Elisa sullo sfondo. L’ultimo paragrafo -con l’emblematica annotazione finale: Arad, dicembre 2001- è da brivido. Sarebbe irrispettoso commentarlo. Bisogna leggerlo e rileggerlo. Mara



