Un'eredità di avorio e ambra
di Edmund de Waal
€ 15,30
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- Listino€ 18,00EditoreBollati BoringhieriCollanaVariantiData uscita25/08/2011
- Pagine398LinguaItalianoEAN9788833922348
Sinossi
Un'elegante vetrina nella casa londinese di Edmund de Waal contiene 264 sculture giapponesi di avorio, o legno, non più grandi di una scatola di fiammiferi, raffiguranti divinità, personaggi di ogni tipo, animali, piante. La vetrina è aperta, e i piccoli figli di de Waal possono estrarre i netsuke e giocarci. Come facevano, ha scoperto l’autore, i piccoli figli di Viktor e Emmy von Ephrussi, suoi bisnonni, nel boudoir della madre, in un palazzo viennese della Ringstrasse, un secolo fa. Prima che Hitler entrasse in trionfo a Vienna e avessero inizio i saccheggi nelle case degli ebrei. Ebrei di Odessa erano gli Ephrussi, commercianti di cereali e poi banchieri ricchi e famosi quanto i Rothschild, con ville e palazzi sparsi in tutta Europa. Quello di Vienna, dove i netsuke arrivano nel 1899 da Parigi – dono di nozze ai cugini di Charles Ephrussi, famoso collezionista, mecenate, storico dell’arte, amico di Renoir, Degas, Proust – conteneva tante e tali opere d’arte che i minuscoli oggetti sfuggirono all’attenzione dei razziatori nazisti. Come sopravviveranno alla guerra, e come finiranno a Tokyo, dove de Waal li vede per la prima volta a casa del prozio che glieli lascerà in eredità, sono solo due delle tante sorprese di questo libro. Affascinato dall’eleganza, dalla precisione, dalle straordinarie qualità tattili delle sculture, l’autore, famoso artista della ceramica, decide di ricostruire la storia dei loro passaggi da una città all’altra, da un palazzo all’altro, da una mano all’altra. Ricostruisce così anche la storia romanzesca della sua famiglia. «Vagabondando» per anni tra l’Europa e il Giappone, attingendo a una quantità di materiali d’archivio, ma soprattutto rivivendo le vicende dei suoi antenati nei luoghi da loro abitati, osservandole con gli occhi dell’artista, de Waal ci regala un libro capace di restituire l’atmosfera di intere epoche, di sigillare intere vite dentro un racconto perfetto.
Recensioni
Un secolo e mezzo, tre continenti, una famiglia e le "statuine" ritrovate
Scritto da sergentex il 29 novembre 2011
Chi erano gli Ephrussi? Cosa sono i netsuke? È possibile, dopo anni di ricerche, scrivere in meno di quattrocento pagine sontuose e dettagliate – senza giudizi e sentimentalismi – una vicenda lunga un secolo e mezzo che si svolge in tre continenti? Le risposte si trovano in questo volume prodigioso, opera di non fiction, che ha i tratti del memoir familiare, ed appartiene a molti generi e a nessuno, intrecciando storia, letteratura di viaggio, arte. L’ha scritta Edmund de Waal uno degli ultimi eredi di una dinastia ebraica originaria di Odessa, gli Ephrussi. La voce del narratore cede il passo talvolta a quella del divulgatore – i ferri del mestiere sono quelli dello storico dell’arte – con una cura del dettaglio e del particolare fuori dal comune. Il contesto storico e geografico in cui si muovono gli Ephrussi è quanto di più affascinante abbiano offerto gli ultimi due secoli: la Parigi bohémien di fine Ottocento, quella della Terza Repubblica, la Vienna dei primi del Novecento (quella di Freud e Klimt), prima e dopo lo smembramento dell’impero austro-ungarico, il Giappone post-bellico. Nel paese del Sol Levante, negli anni Novanta, de Waal riceve la collezione di 264 netsuke dal prozio Ignace, detto Iggie: i netsuke sono minuscole sculture settecentesche in legno, avorio o ambra (raffiguranti animali, uomini e oggetti di uso quotidiano), qualcosa in più di un pretesto per ricostruire vite care e lontane, visitando i luoghi, raccogliendo testimonianze, attingendo a riviste e foto d’epoca, epistolari, opere d’arte. Lettura appagante e appassionante.
una sorpresa
Scritto da fmartelli il 25 novembre 2011
de Waal racconta il viaggio di 264 netsuke, piccoli oggeti d'arte giapponese di legno e avorio, dal Giappone a Parigi, Vienna, l'Inghilterra,per poi tornare in Giappone, a Tokyo, da dove ripartono per Londra, loro attuale dimora, riposti in una vetrina di bronzo all'interno di un palazzo odoardiano. Se i netsuke viaggiano così tanto nell'arco di oltre cento anni, dalla fine del XIX secolo ai giorni d'oggi, rimangono però sempre proprietà della stessa famiglia, quella dell'autore. La famiglia Ephrussi, questo il cognome dei proprietari dei netsuke precedenti Edmund de Waal, è nel fin de siécle e nei primi decenni del '900 una delle famiglie più ricche d'Europa. Mercanti di granaglie a Odessa diventano poi banchieri a Parigi e Vienna. Ricchi e colti, raccolgono oggetti d'arte e amicizie di artisti, da Renoir a Monet a Proust a Schnitzler a Rilke. Charles Ephrussi fornisce molti caratteri al personaggio di Charles Swann e compare nel quadro di Renoir "Le déjeuner des Canotiers". Lo splendore e le raccolte d'arte degli Ephrussi, ebrei, vengono però dissolti dalla violenza nazista: si salvano solo i 264 netsuke, un po' per merito di una domestica della bisnonna di de Waal, un po' per distrazione dei funzionari nazisti addetti agli espropri. Anche l'ebraismo della famiglia si dissolve in parte: de Waal è figlio di un pastore anglicano, alla cui religione si converte la nonna dell'autore quando sposa un finanziere olandese mennonita. Si viaggia, in questo bel libro, e si immaginano gli splendori di sale e mobili, librerie e quadri, vestiti e servizi da tavola. de Waal riesce inoltre a infondere simpatia in personaggi che forse simpatici non erano (la bisnonna Emmy, per esempio), persone alle quali si avvicina lentamente e anche con qualche remora iniziale. La perfetta traduzione lascia immaginare un inglese raffinato. Lo consiglio senza dubbio alcuno. L'unico neo è il titolo in italiano:l'originale è La Lepre dagli Occhi d'Ambra. Chissà perchè Boringhieri l'ha cambiato, forse per dargli una parvenza d'esotico, elemento quasi assente dal libro.
Una grande famiglia
Scritto da maraverde il 29 settembre 2011
Dopo il grande successo ottenuto, nell’arco di poco più di un anno, in Gran Bretagna e negli USA, esce nel nostro Paese, con Bollati Boringhieri, Un’eredità di avorio e ambra, il caso letterario dell’anno. L’Autore, Edmund de Waal -olandese per parte di padre, nato a Nottingham nel 1964, residente nella capitale britannica- critico, storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster, è uno dei più famosi ceramisti inglesi. Egli stesso ci racconta che, nel 1991, a 27 anni, in occasione di un soggiorno di studio a Tokio, ritrovò il prozio Iggie Ephrussi(fratello della nonna paterna Elisabeth), colà residente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nella confortevole casa dello zio il giovane Edmund ammira la splendida collezione di 264 netsuke che Iggie aveva ricevuto tanti anni prima dalla sorellaElisabeth. I netsuke sono minuscole sculture giapponesi, la cui origine viene fatta risalire per lo più al XV° secolo, delle dimensioni di una scatola di fiammiferi, in avorio o legno talora decorate con ambra, raffiguranti animali, piante, figure umane, divinità. Esse sono forate da due buchi attraverso per i quali passava un cordoncino in seta ed erano destinate a fissare alla cintura del kimono la scatoletta delle medicine o per il tabacco. La storia di questi piccoli oggetti è strettamente legata a quella della famiglia d’origine dell’Autore: gli Ephrussi, Ebrei originari di Odessa; in origine commercianti di cereali, poi banchieri conosciuti in tutta Europa. In occasione degl’incontri con Iggie Edmund entra in un universo fino ad allora a lui poco conosciuto. La vita nella Vienna fin du siècle e primi decenni del Novecento nel fastoso Palazzo di famiglia sulla Ringstraße. La Parigi degli artisti nel medesimo periodo, dove figura di spicco è Charles Ephrussi, mecenate, critico d’arte e amico, nonché ispiratore e committente di illustri pittori, o di scrittori come Proust, al quale ispirerà il personaggio di Swann. Sarà proprio Charles, il primo proprietario della collezione di 264 netsuke, a donarla nel 1899 al cugino “viennese” Viktor in occasione delle nozze di quest’ultimo con l’affascinante Emmy Schey von Koromla. Le tragiche vicende della prima metà del Novecento, come il trionfale ingresso a Vienna di Adolf Hitler nel marzo 1938, le persecuzioni, i saccheggi e i furti nelle case degli Ebrei. Complici sia una certa fortuna, sia, in primo luogo, una coraggiosa persona non imparentata con la famiglia, che Edmund si rammarica di non aver potuto incontrare, le statuette sfuggono alle mani rapaci dei razziatori. Sopravvissute alle vicende belliche, esse ritornano al loro Paese di origine grazie a Iggie. La narrazione suggestiva di questi fa assumere alle vicende familiari un sapore nuovo ed inaspettato. Lo zio muore nel 1994, dopo aver lasciato in eredità la sua collezione al nostro Autore. Le statuette esercitano su Edmund un irresistibile fascino: con calma prende in mano queste “piccole, spietate esplosioni di esattezza, ne rivive la storia, i misteriosi percorsi. Nasce quindi in lui l’esigenza di scoprire nel profondo “quale rapporto ha legato [ad esempio] questo oggetto in legno ai luoghi che ha attraversato…”. Il titolo originale dell’opera è, non a caso, La lepre con gli occhi d’ambra. Un’eredità nascosta. L’A. compie un affascinante viaggio attraverso il tempo e lo spazio che lo porterà, autentico flaneur, a Parigi, Vienna, Kövecses (Cecoslovacchia), Tokio. Infine Odessa. Qui iniziò l’avventura della famiglia -originaria di Berdychiv, uno shtetl dell’Ucraina del nord-. De Waal ripercorre dunque non solo la storia dei netsuke, passati di mano in mano, da una città all’altra, ma anche quella della sua eccezionale famiglia d’origine. Visita luoghi, incontra persone, fa rivivere istanti lontani, compulsa cataloghi, interpella studiosi di diverse discipline, entra in contatto costante, puntuale, ma anche affettuoso, con oggetti e ricordi di casa. Un Diario di Viaggio che è pure, come capita quando lo si vive con autenticità, un Viaggio dentro Se Stessi, il proprio Passato e Presente. E Futuro. Ne è nata un’opera incantevole che ha catturato un pubblico sempre più numeroso, non a caso insignita di due prestigiosi Premi letterari, il Costa Biography e il New Writer of the Year al Galaxi Book Award. Specie nei ritratti, a cominciare da quelli degli antenati, la prosa di Edmund è incisiva, ma lieve, quasi tattile, come si addice ad un eccellente ceramista, attento all’estetica, all’ambientazione degli oggetti, visti come creature vive. La prosa di Edmund si fa però asciutta mentre scandisce ciò che accadde, in un arco di tempo assai breve, allorché i nazisti occuparono Vienna e subito devastarono il Palazzo Ephrussi. E poi il dramma del dopoguerra. L’incontro, in una Vienna triste, tra Elisabeth e il misterioso “salvatore delle statuette” col passaggio delle stesse da una mano all’altra. L’incanto del tempo nel susseguirsi delle generazioni, il ritornare all’origine seguendo un moto ellittico, a spirale. Oggi i netsuke si trovano a casa de Waal, in uno stabile di epoca edoardiana, affacciato sui platani di una amena via di Londra. E i tre giovanissimi figli di Edmund e Susan (Sue), ai quali l’opera è dedicata, possono scoprire e toccare la loro magia, come fecero, cento anni prima, i ragazzi Ephrussi. Forse la figura più intrigante dell’opera è proprio…l’Autore. In lui ti colpiscono non solo la piena identificazione con lo strazio della Shoah, ma pure la gioia artigiana per il lavoro ben fatto, l’intelligente precisione, il suo incantarsi per il “particolare” che non perde certo di vista il “tutto”. Comprendi ciò quando lo vedi accarezzare quei piccoli oggetti con viva partecipazione. Scrive: “Le eredità non sono mai banali. Che cosa viene ricordato e cosa dimenticato, nel passaggio?” Talora egli si sofferma su certi silenzi dei familiari, su zone recondite il cui accesso è perfino a lui interdetto, su quel “non avvicinatevi. Sono cose personali”. Questi congiunti, che avevano vissuto esperienze tremende e che desiderano raccontarle a chi amano, a volte tacciono. Ciò significa che non si deve abusare della memoria, questa parola ormai trita, divenuta in breve un automatico lasciapassare per celebrare riti vuoti e dar vita a mistificazioni o peggio; per farla divenire Memoria è necessario rispettare le zone buie di ciò che “non può essere rivelato”. Condivido peraltro il pensiero di de Waal secondo il quale apparteniamo alla generazione cui è proibito lasciar perdere o “bruciare le cose”, come il nostro Autore scrive. Un nodo difficile da sciogliere, ma possiamo -con umiltà- provarci. E infine LA DOMANDA: Edmund, figlio di un sacerdote della Chiesa anglicana e nipote, per parte di madre, di un parroco, come vive le proprie radici ebraiche, in apparenza -solo in apparenza!-remote? Questo libro ne è l’eloquente risposta.




