Sotto il segno del leone
Storia dell’Italia musulmana
di Feniello Amedeo
€ 18,70
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- Listino€ 22,00EditoreLaterzaCollanaI robinsonData uscita01/06/2011
- Pagine332LinguaItalianoEAN9788842096580
Sinossi
Esistono storie, nella lunga vicenda italiana, che si fa fatica a raccontare. Che restano nascoste, sepolte quasi dall’oblio. I lunghi secoli della presenza musulmana nella Penisola è una di queste storie. Più di quattrocento anni, dall’inizio del IX secolo al 1300: materia poco interessante, dominio quasi assoluto di uno sparuto gruppo di specialisti. Eppure, si tratta di un tempo particolare. Un’epoca in cui gran parte della Penisola è più Oriente che Occidente, più Africa ed Asia che Europa, estrema propaggine, civilizzata ed evoluta, di un mondo che, tutto intero, andava da Cordova alla rive del Gange. Un’Italia per molti versi scomoda, dove tante generazioni vissero e pregarono lo stesso Dio da orizzonti diversi. Un mondo che questo libro cerca di recuperare, con una narrazione che abbraccia un orizzonte geografico che va dalla Sicilia alla Campania, passando per la Puglia e la Calabria, posto all’intersezione di culture, costumi, mentalità, credenze contrapposte, sempre in conflitto tra loro ma che, talvolta, convissero, alla ricerca di un comune equilibrio e di un rispettivo spazio di tolleranza e sopravvivenza. Amedeo Feniello traccia con scrittura brillante il profilo di un universo che non è Europa, ma qualcosa di diverso. Nel quale energia e sviluppo, intraprendenza e spirito di progresso arrivano dal mare, dalle coste contrapposte alla Penisola e non da nord, cioè dall’interno di un Continente che, a lungo, in questa storia, resta in pratica assente.
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Sotto il segno del leone
Amedeo Feniello racconta la storia dell'Italia musulmana
Una storia italiana, lunga quasi cinquecento anni, raccontata da pochi. La storia di quando gran parte della penisola non era il sud d'Europa ma il nord del mondo, parte di un universo che, tutto intero, dalla Colonne d'Ercole andava sino al Gange. Una storia nata e vissuta sotto il segno del leone.
Morte di una capitale
L'atto finale per Siracusa si racchiude in una sola parola: la spossatezza. Gli ultimi rimasti a difendere quel tratto di mura, fon damentale per la difesa ma già compromesso, sono stremati e costretti a lasciarlo per poter tornare nelle loro case per riposarsi.
La severa giustizia di Dio avendo permesso che i più valorosi fra i combattenti fossero caduti o dispersi, e l'inclito Patrizio coi suoi commilitoni avendo lasciato le mura e andati nelle loro case per prendere ristoro, fece sì che i barbari avvicinassero a quella torre fatale i mangani e con facile battaglia entrarono in città, perché i difensori erano rimasti in pochi in quanto i cittadini in quell'ora non si aspettavano alcun attacco e sicuri pensavano a tutt'altro che alla difesa.
Non credo che qui Teodosio voglia riferirsi alla negligenza dei difensori, che lasciano le mura per tornare alle loro case. Egli non è mai critico nei loro confronti, anzi ne esalta sempre il coraggio, fino alla fine. Ciò che vuole mettere in luce è la sorpresa. Segue infatti un gran rumore di pietre che rotolano giù dalla torre, che cade in frantumi, trascinando con sé anche una scala di legno che congiungeva la torre alla murazione. Questa situazione avviene mentre il Patrizio, che comanda la difesa della città – un eroe per come la dirige e per come si comporterà nel momento finale dell'assedio e di cui nessuno ne ha ricordato il nome –, sta per cominciare a mangiare. Lo vediamo: tra le sue poche cose, davanti ad un pasto men che frugale, distrutto dalla fatica. D'un tratto un frastuono: «al grande fracasso il Patrizio si alzò dalla mensa, senza aver ancora preso cibo, pieno d'angoscia per quella scala».
La situazione si fa concitata. Il Patrizio ordina, comanda. Si muovono quelli attorno a lui. Si corre verso la breccia. Ma ormai i musulmani sono in città. È il panico. Tutta la gente che può si accalca nella chiesa del Salvatore: vecchi, donne, bambini. Sembra di poter sentire le loro urla, il loro sgomento. I pochi armati sopravvissuti si attestano fuori della chiesa. E sono spazzati via con una sola ondata. Gli assalitori entrano nella chiesa: è il massacro. Comincia un giorno «di tenebre e di caligine».
Spalancate con grande impeto le porte i nemici vi entrarono con le spade sguainate spirando fuoco dalle narici e dagli occhi: in un solo istante ogni età fu passata a fil di spada, e, per usare le parole del salmo, i principi e tutti i giudici della terra, i vecchi e i giovani, i monaci e gli sposati, i sacerdoti ed il popolo, il libero e il servo, anche gli infermi nessuno, oh buon Dio, risparmiarono quei carnefici. Sembrava venuto quel giorno di cui parla Sofonia, giorno di calamità e di miserie, giorno di pianto e di rovine, di tenebre e di caligine.
È il destino di ogni assedio. La strage conclusiva. In questo libro ne scorreremo parecchie, tuttavia nessuna è raccontata in modo così vivido. Ma Teodosio non è lì. Egli è altrove. Ma prima di raccontare la sua di vicenda, crea una suspence, e descrive innanzitutto cosa accadde ai protagonisti della difesa, a cominciare dal Patrizio, di cui tesse le lodi e sottolinea la coerenza rispetto a tanti altri ufficiali bizantini che avevano preferito accordarsi coi musulmani piuttosto che perdere la vita. Il Patrizio invece, da vero miles Christi, preferisce la morte.
Il magnifico Patrizio che si era rifugiato in una torre, l'indomani fu catturato vivo con altri settanta, e otto giorni dopo la presa della città fu messo a morte; il qual supplizio con tal forte e dignitoso animo sostenne, che nulla di vile né il più lieve segno di timore dimostrò; e non fa meraviglia, quando si considera che non scese a patti con nessuno per consegnare la città provvedendo così alla propria salvezza e col tradimento della città, egli che dove l'avesse voluto, avrebbe trovato molti, che non solo l'avrebbero lodato, ma anche aiutato nell'intercedere presso i musulmani. Ma egli preferì affrontare la morte, offrire il suo capo alla morte ad imitazione di Cristo.
Morte cristianissima, cui il Patrizio si era preparato in questo modo: «egli si era già preparato ad una pia e beata fine, poiché tutto il tempo della guerra lo passava a meditare sulla morte, e a esortare con i suoi ammonimenti sull'immortalità tutti quelli che, insieme, a lui, erano coinvolti nella difesa». Un esempio di santità, contrapposta all'efferatezza musulmana, che si accanisce crudelmente contro i compagni del Patrizio, il fior fiore della nobiltà greca di Siracusa.
I barbari poi presi tutti quelli che erano col Patrizio, ed erano tutti delle nobili famiglie di Siracusa, furono condotti con altri prigionieri fuori città. Raggruppati in un mucchio, come mastini rabbiosi, si avventarono contro di loro con pietre, bastoni, aste o altro che gli capitava loro nelle mani. Li ammazzarono crudelissimamente; e dopo morti, non sazi ancora, ne bruciarono i cadaveri.
Le atrocità non si interrompono. Proseguono. La più terribile punizione viene inferta a Niceta di Tarso. Questi, per tutto il tempo dell'assedio, negli attimi di tregua della battaglia, dall'alto delle mura aveva passato il tempo a maledire, in tutti i modi possibili, con tutte le parole possibili, l'empio Maometto. La pena, una volta catturato, fu di essere scorticato vivo.
Teodosio questa carneficina non la vede di persona. Non ne è testimone diretto. I particolari li apprende forse dai suoi stessi compagni di prigionia o dai suoi carcerieri. Perché è fra i primi ad essere catturato, non appena i musulmani sono entrati in città, con un esito diverso da quello di tutti gli altri suoi concittadini e che lui stesso non si sarebbe mai aspettato. E la cronaca, ancora una volta, si inverte. Il monaco, da osservatore e narratore, diventa interprete di un racconto che si dipana con la descrizione dello sbigottimento, della sorpresa, della ricerca di un nascondiglio sicuro. Di mimetizzarsi, gettando via le vesti talari che lo avrebbero reso facilmente riconoscibile. Rimanendo seminudo.
Io, mentre ero nella cattedrale col vescovo e recitavamo le preghiere consuete, giunti alla fine del cantico, udii il crollo della torre. Grande fu lo sbigottimento. Ma fattici un po' d'animo, mentre i nemici erano ancora intenti al saccheggio, deposto ogni altro vestimento, tranne quelli che portavamo di cuoio, ci riparammo nudi e atterriti con due chierichetti sotto l'altare maggiore, laddove il beatissimo Padre era solito placare l'ira di Dio, implorarne la misericordia per i suoi figli, ed essere esaudito, come spesso si vide nei fatti. Ma allora, per arcani giudizi di Dio, le sue preghiere non furono ascoltate. In quel luogo, pensando alla morte, scambievolmente io e il vescovo chiedevamo e ci davamo perdono.
La morte si avvicina. I musulmani irrompono nella chiesa. Trovano il monaco, il vescovo e i due chierichetti. Ma non li uccidono. Estremo atto di pietà? Possibilità di vendere i quattro come schiavi? Speranza di un buon riscatto, considerata l'importanza dei catturati? Per Teodosio, si tratta solo di un atto di pietà. Un miracolo.
Mentre il vescovo raccomandava la Chiesa al suo Angelo tutelare, ecco i nemici sparsi di sangue con le spade sguainate scorrere di qua e di là dentro la chiesa. Uno di questi, scostatosi dagli altri, si avvicinò all'altare, e come ci vide così rannicchiati sotto l'altare, Dio gli rammollì il cuore e, benché armato di una spada che grondava sangue, guardando il vescovo, gli si rivolse non con aspre parole o minacce ma chiedendo in greco chi fossimo e dove fossero i calici sacri.
L'uomo che salva Teodosio non doveva essere un personaggio di secondo piano. È un berbero di Sicilia, di nobile famiglia, forse di una di quelle immigrate nella prima ora dell'inizio del jihad. Si chiama Semnoen (forse Semmumem, che è nome berbero). Da buon siciliano di un certo livello, conosce e pratica anche la lingua greca. Ed è servendosi di essa che si avvicina al monaco. Fatto non inusuale a quel tempo, tra l'Isola e il Continente, dove per vivere (e, talvolta, per sopravvivere) bisognava conoscere le due grandi lingue franche del Mediterraneo, l'arabo e il greco. Semnoen non si mostra spietato. Lascia sopravvivere i quattro, anche perché il suo principale interesse è certamente rivolto altrove, alla possibilità di bottino, ai calici della chiesa, che rappresentano uno dei bocconi principali della razzia che si sta compiendo. E il vescovo e il monaco possono fornire le necessarie informazioni per scoprire dove si trovino: informazioni che rilasciano apparentemente senza alcuna esitazione.
Pervenuti con la nostra guida al sacrario dove erano i sacri calici, egli ci chiuse dentro e chiamativi gli anziani della sua nazione egli narrò loro cosa aveva fatto di noi, i quali mossi dalle sue parole, o meglio Dio disponendo tutto a buon fine, cominciarono ad essere meglio disposti verso di noi e dopo aver depredato i sacri vasi – erano tutti di squisita fattura e del peso di cinquemila libbre – ci fecero come prigionieri uscire fuori della città.
Sotto il segno del Leone, pp. 10-14
Amedeo Feniello, dal 2007 coordinatore della Scuola storica nazionale di studi medievali annessa all'Istituto storico italiano per il medioevo, è autore di numerosi saggi sulla società e l'economia dell'Italia meridionale medievale.



