Chiamatemi Ismaele
Scritta il: 06 settembre 2010
Un libro di molte pagine come questo è spiegato in maniera davvero incisiva dal suo incipit: "Chiamatemi Ismaele". In queste poche parole viene prefigurata l'avventura misteriosa ed avvincente che ne segue. Nella più viva tradizione letteraria anglossassone l'autore scrive in seguito (ma sarebbe meglio dire in contemporanea) ad una sua particolare esperienza di vita. Lo scrittore americano tende a scrivere di cose viste in viaggi, col fine di vivere in prima persona l'esperienza e poi riportarla. Non ricordo (ma potrebbe essere una mia mancanza) autori italiani o francesi che potrebbero avere questa caratteristica (magari De Amicis anche se con un taglio per lo più giornalistico). In questo libro Melville riporta le sue esperienza di baleniere per bocca di Ismaele, un marinario che si imbarcherà sul Pequod che sarà poi la nave sulla quale si svolgeranno tutte le imprese narrate. E' questa una figura che si mantiene piuttosto laterale ai fatti e che per questo motivo riesce in modo eccellente a rendere l'atmosfera a bordo. Il libro potrebbe benissimo essere considerato il diario di bordo della nave ma si rivela naturalmente molto più complesso di quanto possa esserlo un diario di bordo. Esclusa la parte iniziale che funge da prologo e descrive anche il cammino che porta il narratore all'imbarco sulla nave tra taverne di pescatori e nebbie del Massachussets, si alternano poi la descrizione degli avvenimenti durante la navigazione con lunghi intermezzi sempre funzionali alla compresione della trama e dei singoli episodi narrati. In queste lunghe pause il narratore si sofferma in spiegazioni dettagliate sulla caccia alla balena o riporta, dimostrando di aver svolto minuziose ricerche bibliografiche, qualsiasi voce che in passato si sia dedicata alla balena. A tal proposito uno degli elementi che contraddistinguono l'opera è il continuo riferimento ad episodi biblici (tendenza perlatro confermata dalla scelta dei nomi dei personaggi) che non fanno che alimentare la potenza del mito, sempre avvertibile nella lettura. La trama è semplice e si risolve nella caccia alla balena bianca e la forza del libro sta proprio in questa lunga attesa ben alimentata dall'esposizione. Ci si aspetta sempre, nello sfogliarlo, che nella prossima pagina la balena farà finalmente capolino e si potrà finalmente leggere la fatidica frase che la vedetta grida nel riconoscerla: "Laggiù soffia! Soffia!". La suspence non sarà poi tradita da un coinvolgente epilogo nel quale il ritmo lento e placido che aveva contraddistico fino a quel momento, narrazione e navigazione all'unisono, accellera all'improvviso e lasciandoci senza respiro. ..Mi compiaccio della mia spina come della fissa asta audace della bandiera che dispiego in faccia al mondo..


