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Nel 1984 Marai ha ottantaquattro anni, e vive negli Stati Uniti da più di trenta. Fra il gennaio del 1984 e il febbraio del 1989 scompaiono i due fratelli e la sorella, e anche il figlio adottivo, appena quarantaseienne. Ma soprattutto muore Lola, la donna che è stata la sua compagna per sessantadue anni: Márai, che ha coltivato il sogno impossibile di morire insieme a lei, è costretto a vederla spegnersi lentamente e, dopo averne disperso le ceneri nell'Oceano, a proseguire un'esistenza che ormai non ha più senso. «Scrivevo per lei, ogni singola riga. Non ho più per chi scrivere» annota; il pensiero della «letteratura», dirà più volte, gli provoca ormai solo nausea e disgusto. Eppure - e fin quasi alla vigilia della morte - il vecchio «scrittore ungherese» (ché questo egli sarà sempre, afferma, ovunque egli andrà) continua, in questo monologo ininterrotto che è il suo diario, a registrare annotazioni di ogni genere: aforismi perfetti (la cui acida esattezza ricorda a volte quelli di Cioran); lucide riflessioni sulla letteratura (soprattutto quella ungherese, a cui non smette di interessarsi, ma anche su Conrad, su James, suMarco Aurelio, sul duca di Sully, su Caterina da Siena), sul mondo contemporaneo, sul tema dell'esilio e sulla condizione di esule («L'esule che non torna a casa diventa un personaggio grottesco, se ne sta accoccolato in alto, come lo stilita sulla colonna, e aspetta che arrivino i corvi a portargli da mangiare») - e naturalmente sulla prossimità della morte. SándorMárai scrive l'ultima frase il 15 gennaio del 1989: «Aspetto la chiamata alle armi. Non la sollecito, ma neppure la rinvio. È arrivato il momento». Esattamente un anno prima si era comprato una rivoltella ed era andato più volte in un poligono di tiro per imparare a usarla. Il 21 febbraio, tredici mesi dopo la morte di Lola, si uccide.