Notturno milanese
Scritta il: 21 aprile 2009
Già il titolo del nuovo romanzo di Malik Smari appare come una dichiarazione programmatica. Se nel primo “Fiamme in Paradiso”, Milano era, attraverso l’epiteto paradisiaco, un luogo ancora straniero quando non irraggiungibile, ora qualcosa di significativo è avvenuto. Il protagonista del nuovo romanzo non si è integrato nel senso di aver voluto, più o meno coscientemente, diventare altro da se stesso, non si è adeguato. Ha semplicemente abbandonato la visione di una complessità inestricabile (quella stessa complessità in cui non si poteva che esplodere e disintegrarsi), per riconoscere all’improvviso di non essere altro che una delle migliaia di voci che animano le notti popolose di Brera, il sole sbiadito delle periferie di una città di fatto multietnica pur senza aver mai avuto la vocazione o la cultura necessarie a sentirsi cosmopolita. Così, nonostante la tenue cornice del processo ad Adra e dei pellegrinaggi di Samir, ciò che scorre attraverso le pagine del romanzo è una sorta di zibaldone di pensieri. È un’avventura ma più nel senso esistenziale del termine che nella sua accezione concreta; è l’avventura di un’anima alle prese con il fatto di pensare a se stessa, per usare le parole di Smari, “innanzitutto come a un essere umano. E solo dopo come a un musulmano, un algerino o un milanese.” E ciò che, questo “notturno milanese” riesce a trasmettere è molto, a cominciare dal palpabile disagio che ha il protagonista nel convincere italiani e connazionali, tutti presi dai loro pregiudizi deformanti, anche se di segno opposto, circa la fondatezza e la legittimità delle proprie idee. Difficile non provare simpatia per il profondo imbarazzo che ha Samir nel riconoscersi, dopo tutto, imperdonabilmente innocente.


