Erro, Erri?
Scritta il:
04 agosto 2010
Un bracconiere ex alpinista “incapace dell'intesa dei camosci con l'altezza. Loro ci vivono dentro, lui è un ladro di passaggio” è alla caccia del re dei camosci. Entrambi solitari, entrambi “sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si richiude”. Il bracconiere è un uomo ruvido e riservato, che sceglie l'esilio volontario in quota, in “una sola stanza, fuoco e acqua” sistemata in cima a un bosco, come contrappeso ad una “gioventù passata tra i rivoluzionari, fino allo sbando” (ndr: qualcosa dell’autore, ex lotta continua?). Scende in paese solo e ogni tanto per vendere le pelli e per comprare pane e formaggio. “Un giorno di nitido confine tra un tempo scaduto e uno sconosciuto” cacciatore e camoscio, ormai anziani, stanchi e svuotati, vengono avvolti dalla percezione di aver ancora poco da fare, di essere vicini all’arrivo. Si incontrano in un agguato a parti invertite. “In quel punto finì anche per lui la caccia, non avrebbe sparato ad altre bestie. Il presente è la sola conoscenza che serve. L’uomo non ci sa stare, nel presente”. Sarà il peso di una farfalla a congelare in un istante la storia del bracconiere e del re dei camosci.
Sono rimasto sorpreso dalla scrittura del mio primo De Luca, a forte impronta suggestiva dai contorni netti, asciutti, priva di barocchismi. Dilatatrice di sensazioni all’insegna di una sintassi essenziale, tuttavia non sempre rispetta le giuste proporzioni: sconfina talora nelle magie degli effetti liftati, in un empatico/cattedratico tentativo di unire cielo terra e percezioni. Cuori fragili, sensibili, eticamente ed ecologicamente corretti rimarranno affascinati da questa inclinazione gnomico-didascalica, non rilevando alcuna significativa forzatura nel mantenere la postura ai banchi per ascoltare il maestro dell’anima. Altri, dotati di una scorza emotiva abusata, impenetrabile da fragranze new-age e più portata a percorrere sentieri inquieti che a contemplare collegamenti celesti, ne rimarranno spiazzati o infastiditi, tesi ad un irritato sìchebbellomatestaiadallargà.
Tra le varie recensioni lette in Rete, spunta l’ipotesi che De Luca abbia tratto ispirazione per il suo testo dal libro di Luisa Mandrino intitolato La forza della natura, che racconta le gesta dell’alpinista cacciatore Franco Miotto. Guarda caso, ho letto ultimamente un altro racconto della Du Maurier sull’incontro/scontro fra un cacciatore e un camoscio: meno poesia e più sostanza retrò. Ma presenziano e agiscono anche lì la donna, la capanna, il limitare del bosco, le solitudini, le forze della natura, l’obbiettivo centrato e la caduta.
In finale, nonostante non sia il mio genere di letture preferito, ho apprezzato il lavoro di cucitura tra parole ed emozioni di Erri De Luca. Preso a piccole dosi, è un buon omeopatico. Ma il solo, vago sospetto della scopiazzatura - o, per meglio dire, dell’ispirazione tratta da un autore “minore” - abbassa il valore al testo. E ciò vale per tutti i testi. Soprattutto per uno etically correct come questo.
Erro, Erri?