Tel Aviv
La città che non vuole invecchiare
di Elena Loewenthal
€ 10,20
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- Listino€ 12,00EditoreFeltrinelliCollanaTravellerData uscita21/05/2009
- Pagine168LinguaItalianoEAN9788807711039
Sinossi
Nuovissima e antichissima. Gaudente e colta. Esotica e tecnologica. Tradizionalista e cosmopolita. Quando, cento anni fa, sessantasei famiglie ebree che abitavano a Giaffa decisero di trasferirsi qualche chilometro più a nord, di Tel Aviv non esisteva ancora nulla, anche se alle spalle di questa sottile striscia di sabbia c’erano quasi 5000 anni di storia. Oggi “la collina della primavera” è una metropoli che non si ferma mai, centro economico e politico dello stato d’Israele, porta occidentale sul Medio Oriente e sulle sue innumerevoli contraddizioni. Quello di Elena Loewenthal è il viaggio dentro un microcosmo dove si mescolano tutti i generi umani e architettonici: le architetture Bauhaus e i mercatini delle pulci, i turisti che affollano i ristoranti di lusso affacciati sul Mediterraneo, i suoni e gli odori esotici, la storia europea e la storia orientale. Perché quello a Tel Aviv è anche – forse soprattutto – un viaggio nel tempo e nella memoria: un viaggio della mente nei meandri di una “città-letteratura” la cui identità è stata plasmata come poche altre dalle parole degli scrittori, poeti e visionari che in questi cento anni l’hanno raccontata, vissuta, immaginata.
Recensioni
La bella sconosciuta
Scritto da maraverde il 24 giugno 2009
Omaggio davvero unico rende a Tel Aviv Elena Loewenthal con questa traduzione scritta di un viaggio, il suo, cominciato diverso tempo fa, ma, come ogni viaggio dell’anima (e del corpo) che si rispetti, non ancora terminato. Anzi lei stessa invita il lettore ad un confronto, per così dire, sul campo, poiché “chiunque ci vada accompagnato da queste pagine troverà in Tel Aviv tanto di nuovo che a me è sfuggito. Che ho trascurato, ignorato, sbagliato…” Di questo libro mi ha appassionato anzitutto il metodo seguito dall’Autrice: proprio perché non ci troviamo di fronte ad un asettico vademecum, esso si snoda secondo un pittoresco -ma solo apparente!- disordine. In realtà segue una trama costituita da intrecci già ben visibili prima ancora che l’aereo tocchi terra. A zonzo per le vie percorrendo e ripercorrendo, con infinita pazienza, la piccola e la grande storia, coincidente con le vicende di Israele; facendo affiorare ricordi personali carichi di tenerezza, ella intraprende il cammino; indi si ferma, riflette. Poi prosegue; perlustra mentre si lascia guidare dagli odori;ad ogni nuovo appuntamento aggiunge un tassello; ha in pieno l’umiltà di chi è consapevole d’aver ancora tanto da imparare. Lezione di vita anche per il turista per così dire colto. Un città tutta ebraica dove si parli ebraico, una sfida dopo circa duemila anni di nascondimento. La sfida della città come la sfida della lingua risorta a nuova vita. Una lingua vecchia/nuova, come Tel Aviv, a cominciare dal suo nome, reminiscenza biblico-herzeliana: Tel -Antica Rovina- e Aviv -Primavera-: Altneuland. Il viaggio parte dalla celeberrima fotografia scattata da Avraham Soskin il fatidico 11 aprile 1909. Le persone tra le dune. L’aria e lo spazio tutt’intorno hanno un che di indefinibile, quasi rarefatto, come accade talora nelle località marine. Pare che il segretario del comitato organizzatore, ad un certo punto, puntando il bastone da passeggio nelle diverse direzioni, profetizzasse: “Qui ci sarà un parco pubblico; lì un teatro; e laggiù il municipio”. E tutti videro che era cosa buona. Quell’attimo immortalato la cosiddetta “Lotteria delle Conchiglie”, è il fiat dato alla nuova creatura. Tiriamo a sorte: a ogni conchiglia bianca col nome del gruppo familiare è abbinata dal caso, personificato emblematicamente in due bambini (un maschio e una femmina), la conchiglia grigia col numero di ciascun lotto di terreno nei quali è stato suddiviso l’appezzamento, acquistato qualche tempo prima da proprietari beduini. E così avanti, oltre sessanta volte. Si progettava una città-giardino sul modello britannico; è andato crescendo nel tempo qualcosa di totalmente nuovo ed originale. E quasi stravagante, specie nel rapporto con la tradizione. . L’incontro di Elena con la città avviene attraverso la “Materia”, cioè la Sabbia -l’elemento fondante, considerato quasi una seconda pelle dagli abitanti-; il Mare, l’Acqua -col loro valore ambivalente di salvezza/minaccia- e il Cielo -inteso in senso rigorosamente laico: quanti profughi dall’Europa nemica ha accolto Tel Aviv! E quanti grattacieli sono sorti negli anni e ora svettano verso l’alto-. Ma avviene anche tramite i “Sensi”: Vedere, Sentire, Ascoltare. Confrontarsi con i momenti tragici: Loewenthal quasi nemmeno accenna al terrorismo islamista (e sì che Tel Aviv ne è stata duramente colpita), ma si ferma commossa a Piazza Rabin. Ritrova le pagine degli Autori tradotti e vissuti, incontra i personaggi che hanno costruito la città e narra aneddoti tanto divertenti, quanto poco conosciuti: andateli a cercare tra le pagine perché meritano. Alla fine vi sono due meritori elenchi: uno degli Autori evocati; l’altro dei luoghi incontrati (in ordine di entrata in scena), con indirizzi, numeri telefonici e utili indicazioni. Ella passeggia, come feci io, per le viuzze del primo quartiere interamente ebraico, costruito nel 1887, Neve Tsedek, ora risorto a nuova vita, dopo un lungo periodo di decadenza. Costruzioni basse, chiare di luce e ben tenute, bei ristorantini, locali di tendenza, con artisti, poeti, un turismo di qualità. E poi non c’è nulla di più affascinante del vedere gli alti edifici ultramoderni, in vetro e forme ardite, impegnati a sovrastare questo ambiente tradizionale, quasi ad accarezzarlo e proteggerlo. Precisa identità, ma strabiliante melting pot, anche nel cibo. Intriganti le riflessioni sul cibo e il modo di rapportarsi ad esso degli abitanti, più disinvolto che altrove; in Israele e all’estero. Tel Aviv infatti è la capitale gourmet del Paese con la incredibile varietà di proposte gastronomiche e di soluzioni, poiché vi si mangia, ad ogni ora del giorno, “con la tovaglia” o “senza la tovaglia” poco importa. E può perfino capitare che, in uno “chiccoso” ristorante in zona porto, gruppetti di gatti del circondario si avvicinino ai tavoli degli avventori per godersi il fresco e guadagnarsi qualche boccone. Una domanda: conoscete il cioccolato israeliano?







