Una storia di amore e di tenebra

Una storia di amore e di tenebra

di Amos Oz

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Sinossi

Il libro più importante di Amos Oz. Un'autobiografia che affonda le radici nella storia dell'ultimo secolo. Le vicende di una famiglia e di un popolo. Un romanzo che fa ridere e piangere, colmo di bellezza e intriso di dolore.

Altre informazioni

Quarta di copertina

Amore e tenebra sono due delle forze che agiscono in questo libro, un'autobiografia in forma di romanzo, un'opera letteraria complessa che comprende le origini della famiglia di Oz, la storia della sua infanzia e giovinezza prima a Gerusalemme e poi nel kibbutz di Hulda, l'esistenza tragica dei suoi genitori, e una descrizione epica della Gerusalemme di quegli anni, di Tel Aviv che ne è il contrasto, della vita in kibbutz, negli anni trenta, quaranta e cinquanta. La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo, scavando in 120 anni di storia familiare una saga di rapporti d'amore e odio verso l'Europa, che vede come protagonisti quattro generazioni di sognatori, studiosi, uomini d'affari falliti e poeti egocentrici, riformatori del mondo, impenitenti donnaioli e pecore nere. Questa vasta galleria di personaggi mette a punto una sorta di "cocktail genetico" da cui nascerà un figlio unico, nutrito di fantasia, che, in un fatale momento di rivelazione avvenuta attraverso un dolore scioccante e atroce, scoprirà di essere un artista, uno scrittore. Amos Oz ci consegna la storia della sua infanzia e dell'adolescenza colma di aspirazioni poetiche, zelo politico e una paura costante di un altro genocidio degli ebrei, questa volta nella stessa Israele, a opera degli arabi, degli inglesi, dell'intero mondo cristiano, dell'intero mondo islamico. Al centro di questo romanzo autobiografico sta il grande tabù di Oz: il suicidio della madre, nel 1952. L'esplorazione dolorosa e coraggiosa di questa tragedia viene condotta con lucidità, nostalgia e rancore, con pietà e travaglio, con schiettezza e un "flusso di coscienza" incredibilmente poetico che, con immediatezza, giunge al cuore del lettore.

Scelti per voi dai nostri librai

laFeltrinelli Librerie - Milano

Scritto da il 29 gennaio 2013

Amos Oz ci regala una dei più riusciti romanzi della sua storia di scrittore.Dalle radici della sua famiglia fino ai giorni nei quali lui stesso percepisce di dover seguire la sua missione di scrittore.

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Recensioni

Una grande saga familiare

Scritto da cris-ns il 21 dicembre 2011

Un libro intimo e corale insieme, un lungo racconto che è anche una confessione con la quale Amos Oz affronta il tema che aleggia per tutto il romanzo: il suicidio della madre. Un lungo racconto che è quasi una catarsi, un modo di esorcizzare questa morte prematura che ha condizionato tutta la vita dello scrittore, ma nello stesso tempo un affresco puntuale sulle vicende storiche che hanno portato la nascita dello stato di Israele. Oz in queste pagine dimostra una capacità unica nell'attrarre il lettore dentro la sua storia personale, nel condividere i suoi sentimenti più intimi, al punto che alla fine del romanzo non è più "lo scrittore", ma un amico. Verrebbe voglia di cercarlo per ripercorrere con lui le strade di Gerusalemme alla ricerca di case, tracce e ricordi. Una piccola storia nella grande storia.

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un libro splendido

Scritto da nucciabarbagallo il 23 dicembre 2010

Oz ha aperto la porta del suo cuore e della sua anima invitandoci ad entrare e rispettosamente osservare l'evoluzione della sua vita. Quanta amarezza e lucida consapevolezza ha accompaganto lo scrittore nella stesura di queste pagine indimenticabili. Amore e tenebra li definisce, perchè sono questi i sentimenti che avverti nelle parole di Oz: un senso di profonda compassione per la madre e il padre, una tenerezza di genitore verso di loro, vittime del loro destino. Una storia lunga quella di Oz che, raccontandola, si accomiata dai suoi cari predecessori per sempre, con riverenza e senza ipocrisia. Un gesto d'amore in fondo verso di loro, verso di sè e verso di noi. Un libro splendido, parole, frasi, che tornano alla mente anche dopo aver terminato di leggere il libro: parole che in fondo tengono compagnia

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Un libro ferito

Scritto da veraste il 22 novembre 2010

Quando ho finto di leggere questo libro sono rimasta a lungo senza parole, incapace di staccarmi dall'ultima pagina. Questo è un libro ferito. Ferito da un evento insondabile che lo attraversa tutto, dall'inizio alla fine. L'evento è il suicidio della madre dell'autore: la mamma di Oz si è uccisa quando lui non aveva nemmeno 13 anni, dopo anni di una malinconia atroce che invade e permea lei e tutta la famiglia Il libro è la storia di nonni zii e genitori di Oz, e la sua, fino a quel giorno Le puntate oltre quel giorno sono poche, quasi nascoste E' un libro a volte lieve, a volte divertente, a volte malinconico, a volte insopportabilmente triste Ma soprattutto è un libro su quel suicidio che è sempre lì, in agguato dietro le parole, nascosto nei silenzi e negli sguardi, e sulla rabbia per quel gesto che fa capolino dietro una scrittura lieve, quasi giocosa. Nella pagina finale però, proprio nelle ultime frasi del libro, quella rabbia esplode in una scrittura concitata e disperata, che è come un grido. Aggiungo una riflessione a margine. Quell'ultima pagina, scritta da un uomo di più di 60 anni con figli e nipoti, mostra ancora intatta tutta la disperazione di quel bambino di nemmeno 13 anni di fronte a quella morte. Se ci fossi stato - dice - avrei abbracciato le sue ginocchia e implorato pietà per il suo unico figlio. O le avrei spaccato un vaso in testa. O avrei approfittato della sua debolezza per legarla e impedirle di prendere quelle pillole. Ma non c'ero. E allora ho pensato che quando si diventa genitori la nostra vita smette di appartenerci. Nel momento in cui mettiamo al mondo un altro essere umano abdichiamo anche alla possibilità di poter fare della nostra vita ciò che vogliamo. Perché nessun genitore, per quanto grande sia la sua disperazione, ha il diritto di lasciare il proprio figlio con quel dolore e quel senso di colpa e di impotenza che Oz racconta in questo libro.

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Amora e Tenebra

Scritto da ISRAELE il 20 settembre 2008

Definito un’autobiografia nazionale, vi si intrecciano vicende complesse; magia, psicologia, storia , favola; risate, lacrime, speranze, delusioni, tragedia, gioia sublime, in un continuo andirivieni tra passato e presente. Si mescolano la storia di un uomo, di due famiglie nell’arco di oltre un secolo, di una Nazione. Lo stile cambia di continuo, in una ricerca appassionata. Luce e tenebra e contraddizioni. Passato e Presente. Avanti e Indietro. Amore e Tenebra. C’è un centro, per così dire, forte, che determina l’unitarietà del racconto: il suicidio dell’amata madre, Fania Mussman, a seguito di una lunga, dolorosa depressione, avvenuto in casa della sorella di lei, Haya, a Tel Aviv, nel gennaio 1952, quando Amos non aveva ancora tredici anni. Su questa tragica vicenda egli aveva serbato un silenzio lungo un cinquantennio. Il linguaggio è efficace, colorito, pieno di sfumature, con pensieri e annotazioni che vanno dritti al cuore del lettore; non mancano, nei contesti giusti, né l’ironia affettuosa, né i toni ed accenti epici, ma non vi troverai un granello di retorica. L’opera si snoda lungo sessantatre capitoli ed è composta, per così dire, di diversi piani che si intersecano l’un l’altro in un mirabile castello palpitante di vita. Alcune (poche, per la verità) ripetizioni attestano un non esatto incastro tra i diversi piani; ma ciò non è un limite, poiché sta ad indicare la sofferenza, il vissuto faticoso dell’Autore sulle pagine che scrive, una carne viva, come tale non perfetta. Altro aspetto interessante, nell’intreccio tra storie personali e grande Storia, l’apparire sulla scena, in prima persona o grazie alle parole dei diversi personaggi, di interpreti rilevanti per le vicissitudini del popolo ebraico e/o di Israele. E poi c’è Gerusalemme, che non si accontenta a far da sfondo, ma assurge al ruolo di personaggio del romanzo, come del resto in altre opere dello stesso Autore. Si potrebbe quasi dire che essa cambia e cresce insieme con lui. Questo grande poema o affresco si apre e si chiude, in omaggio alla circolarità dell’ebraismo, in due ambienti tanto modesti quanto alto è il sentire dei protagonisti: il minuscolo appartamento, zeppo di libri, a piano terra nel quartiere di Kerem Abraham della famiglia Klausner e la semplice abitazione di zia Haya a Tel Aviv, in cui Fania decide di congedarsi dal mondo. L’ultimo capitolo è dedicato alla morte di Fania. E’ di altissima intensità; una sinfonia, col canto della capinera Elisa sullo sfondo. L’ultimo paragrafo -con l’emblematica annotazione finale: Arad, dicembre 2001- è da brivido. Sarebbe irrispettoso commentarlo. Bisogna leggerlo e rileggerlo. Mara

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