La strada
di Cormac McCarthy
€ 5,94
( -15%)- Listino€ 6,99EditoreEinaudiData uscita07/10/2010Pagine-
- LinguaItalianoEAN9788858400654FormatoEPUB con Adobe DRMDimensione841782 B
Sinossi
Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.
Recensioni
A waste land
Scritto da cimibubu il 29 dicembre 2011
Una terra desolata accompagna il "padre" e il "figlio" in un viaggio senza speranza, verso un luogo risparmiato dalla cenere. Al domani di una catastrofe (nucleare? Non viene mai svelato al lettore) è rimasta solo la grigia polvere a ricoprire la Strada, e in tutto questo padre e figlio, instancabili, viaggiano alla continua ricerca di cibo, tentando di sfuggire al freddo e ai predoni che infestano il loro cammino. La descrizione di uno scenario apocalittico è inframmezzata al dialogo tra i due personaggi, scarno ed essenziale, attraverso il quale traspaiono sentimenti più forti del senso di sopravvivenza, unica guida per i passi finali dei due protagonisti.
L'amor che muove il sole e le altre stelle
Scritto da Isairon il 28 novembre 2011
Un romanzo che non ha un inizio e una fine. Viene raccontata una parte di vita, un pezzo di strada che un bambino e il suo papà sono costretti ad intraprendere in un mondo distrutto, senza più nessuna certezza. Il racconto comincia già diversi anni dopo il verificarsi l'evento o gli eventi che hanno quasi annientato la vita sulla terra. In un clima di orrori quotidiani, di ricerca spasmodica di cibo. I colori non esistono più, tutto è grigio, ricoperto da una coltre di polvere che cade di continuo. Il mare, il cielo anche la stessa neve da soffice e candida diventa grigia, corrotta dall'abominio del genere umano. Dove omicidi, infanticidi, rapine e ancor più gravi amenità regnano incontrastate, il rapporto tra il genitore e il figlio si esalta in un dialogo semplice ma profondo, di amore reciproco e verso gli altri. Impossibile non commuovermi nella parte finale, dove per fortuna l'autore non infierisce contro questa umanità che di umano non ha più nulla! Gigantesca la figura del bambino che diventa guida spirituale per il genitore. Nato in pieno post disastro apocalittico, nonostante non abbia mai conosciuto come la terra era, ha in se "il fuoco", l'amore che, come Dante insegna, "muove il sole e le altre stelle". Inquietante la lettura di questo romanzo, non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine. Un monito per chi ha in testa tutto tranne che l'amore per la cosa più importante che esiste su questo pianeta, la vita, in tutte le sue forme!
Divinità letteraria
Scritto da MadDogMcCain il 13 giugno 2011
Quanto può essere caduto in basso il premio Nobel se non lo hanno conferito a McCarthy per questo libro... Non è solo letteratura. C'è la vita qui dentro...
Spettacolare!
Scritto da Smiley97 il 01 febbraio 2011
Un bellissimo libro, che ti emoziona, ti spaventa, ti fa entrare nei panni dell'uomo e del bambino..Riesci a percepire le loro emozioni e spaventi..Bello e intrigante dall'inzio alla fine.
Tra aneliti di vita, amore e morte: una metafora desolante e commovente.
Scritto da plimpli il 31 dicembre 2010
In un mondo post-atomico, nel pieno di un'apocalisse indefinita e irrecuperabile, Cormac McCarthy lascia pochi spiragli di speranza alla storia personale dei suoi viandanti. Un libro meraviglioso, commovente e profondamente triste, riscaldato solo dall'amore disarmante del padre che protegge il suo bambino. L'eccezionalità del romanzo sta soprattutto nella straordinaria descrizione di una natura impazzita e ostile, fredda come un tavolo autoptico, ostile e crudele, insensibile agli affanni umani.
"Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustiza. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione"
Scritto da aridalca il 15 dicembre 2010
Splendido. Un libro che descrive l'uomo ai confini dell'umanità, dove l'unica luce è il rapporto d'amore tra un uomo e un bambino, un padre e un figlio.
tutto l'amore possibile
Scritto da marvel70 il 14 settembre 2010
Libro di grande intensita', incentrato sulla potenza di un legame padre/figlio che colpisce sin dalle prime pagine. Una storia che tocca sin nel profondo dell'animo e induce ad una analisi interiore che si sancisce con una tragica domanda: come mi comporterei nella stessa situazione? irrinunciabile
straordinario
Scritto da marlus il 08 settembre 2010
Un libro che ti resta dentro, doloroso e tragico, da leggere e rileggere ,assolutamente meritevole dei premi vinti
irrinunciabile
Scritto da FABIOSKJ il 03 settembre 2010
La lettura di questo capolavoro è irrinunciabile per avere la panoramica della letteratura contemporanea. Toccante e seducente, di consente di immergerti in una dimensione immaginaria che diventa reale.
un capolavoro
Scritto da angirl74 il 02 settembre 2010
La prima domanda è stata:"Vorrei sopravvivere a un'apocalisse?" "no, grazie" Di sicuro non nel mondo irrimediabilmente ferito, cupo e minaccioso che prospetta McCarthy. Oppure se la sorte disgraziatamente mi desse di viverlo, mi lascerei vincere dalla disperazione. "Ma se a sopravvivere fosse anche solo uno dei tuoi figli?" Eccola la vera domanda. Questo cambierebbe tutto. È il bambino il fulcro della storia. Il suo essere in vita che porta il padre, altrimenti malato e provato dalla desolazione che lo circonda, a intraprendere un viaggio a sud verso la "speranza" (vocabolo da usare con cautela x parlare di questo libro) di qualcosa di diverso, di un ambiente meno ostile dover poter pensare di vivere. Il bambino è nato mentre l'ecatombe si stava compiendo. Non conosce i colori se non per come gli sono stati raccontati, o da qualche brandello di libro, nè gli animali, non ha quasi avuto contatti con i suoi coetanei, assiste a scene di un'atrocità lancinante, ha il mandato di usare l'ultimo proiettile della loro pistola x uccidersi nel caso, non così remoto, gli capiti di cadere in mano alle bande che imperversano lungo la strada (i cattivi) prede dei più bassi istinti, pronte a tutto pur di agguantare qualcosa di vivente. Eppure il bambino ha una limpidezza d'animo, una bussola morale (noi siamo i buoni? Vero papà?) che è lancinante e costituisce una forza paurosa. Il padre cerca di trarlo in salvo ma è il figlio la sua ancora di salvataggio. I due hanno un rapporto intenso e profondo, i dialoghi, pur così spogli, sono di una bellezza rara. Il libro in generale ha una scrittura talmente densa nella sua estrema sinteticità da portare a volerli centellinare, anche x il timore di sapere cos'altro aspetti i due in cammino. Un altro elemento che brilla come un diamante dalla luce purissima facendo perfino male nella melma e polvere grigia che ricopre ogni cosa è la cura che il padre prodiga verso il figlio. I piccoli gesti per conservargli il boccone migliore, l'attenzione alle sue paure e ai suoi fantasmi, la maniera in cui si ingegna per fargli sentire il tepore nelle poche occasioni in cui il loro cammino glielo concede... È un padre che lotta strenuamente x suo figlio senza perdere la tenerezza verso di lui. In quel contesto un amore che rifulge appunto, straziante in quel contesto fatto di nulla e di violenza. Questo libro è vero capolavoro che interroga sul serio le coscienze, una storia che ti accompagna con tutto il suo peso e le possibili conseguenze e porta a interrogarsi sul senso delle cose e dell'esistenza stessa, sul senso e i presupposti della nostra vita sociale, sul valore sconsiderato che attribuiamo a cose senza alcuna reale importanza. Un libro drammatico, livido, magnifico.
un dolore affilato
Scritto da sulinari il 26 agosto 2010
Prima di tutto bisogna dire che dopo averlo letto ti resta male dentro. La cenere addosso. Il freddo. L'istinto di guardarti le spalle, mentre cammini per strada. E la voglia di abbracciare fortissimo le persone che ami, abbracciarle fino a farti dire "basta mi fai caldo, mi soffochi, levati". L'unica cosa che posso dirti è che non sopravviverai per te stesso. Lo so perchè io non sarei mai arrivata fino a qui. Le persone che non hanno nessuno farebbero bene a imbastirsi qualche fantasma decente. Dargli il soffio della vita e convicerlo a proseguire con parole d'amore. Offrirgli ogni minima briciola e proteggerlo dal male con il proprio corpo. (pag.45) chiunque dovrebbe leggere questo brano, e rifletterci bene. molto bene. I dialoghi mi ricordano in qualche modo Finale di partita, di Beckett. (da leggere, o meglio ancora da vedere a teatro, se ben fatto. bastano poi due burattini e un pezzo di stoffa, per rappresentarlo, pensa la genialità di quell'uomo). Me lo ricordano un po' per lo stile, per lo scambio, e un po' per l'atmosfera in cui si muovono i personaggi (anzi per l'atmosfera me lo ricordano molto). Da dire che Finale di partita.rientra nel teatro dell'assurdo, e ha una drammaticità tutta diversa. Ricordo di averlo visto a teatro, di aver riso, anche, cosa che non mi è accaduta leggendo questo libro, ma di esser poi uscita con una sensazione dolorosa, una ferita. "Ti posso chiedere una cosa? Sì, certo che puoi. Tu cosa faresti se io morissi? se tu morissi vorrei morire anch'io. Per poter stare con me? Sì. Per poter stare con te. Ok."
PADRE E FIGLIO
Scritto da giuseppe65 il 12 agosto 2010
La nascita di un legame fra un padre e un figlio sopravvisssuti in un modo distrutto da una ecocatastrofe. Sicuramente un libro duro, spietato e non "facile" Un libro però che nella sua durezza è allo stesso tempo un segnale importante sull'importanza dei legami e gli affetti familiari, anche nel ricordo della madre morta, che travalicano e superano quanto di tremendo possa essere accaduto al mondo intero. Una speranza lasciata al figlio che prosegue sulla strada tracciata da suo padre. Un libro sicuramente da rileggere, come farò io a breve, perchè possa insegnare come la speranza di un mondo migliore passi innanzitutto dal nostro modo di affrontare la vita.
Da evitare se si è già tristi
Scritto da veragandi il 12 novembre 2009
Ma perché mai ho deciso di rileggere La Strada? Una vena masochista , perché ne sono uscita ancora peggio della prima volta, con il desiderio di respirare altra aria, di aprire il primo libro che capita, purchè non questo. Non questo incubo. Un mondo distrutto da un cataclisma globale, ridotto in cenere, i giorni pressoché uguali alle notti, il freddo che gradualmente copre tutto: un uomo e suo figlio si muovono attraverso le campagne e le città devastate degli Stati Uniti. Vanno a sud, alla ricerca di un buio meno gelido, i loro pochi averi – qualche coperta, scatolette di fagioli, qualche giocattolo del ragazzino- in un carrello del supermercato. Camminano da anni ormai. McCarthy non ci rivela perché il mondo finì. Sappiamo solo che, quando gli orologi si fermarono era l’una e17 e la moglie dell’uomo era incinta. Il figlio non conosce altro mondo che questo: la Coca Cola che, sorprendentemente, trova tra i rottami di una casa abbandonata, è la prima che ha mai assaggiato e sarà anche l’ultima. La trama è tutta qui. Il viaggio definitivo oltre il confine (ricordate il secondo libro della Trilogia della Frontiera?) in una realtà scarnificata popolata da cadaveri rinsecchiti, relitti umani viventi e banditi predatori disposti a tutto: chi, per sua sfortuna, è ancora vivo non ha davanti a sé solo il Nulla, ma, peggio, anche il Male. Eh sì. Perché dal Far West cui McCarthy ci aveva abituati – che già non scherzava in quanto a regole del vivere civile - siamo passati alla totale assenza di morale. Non c’è più nulla, nè autorità, nè religione, cui aggrapparsi. E allora perché padre e figlio perseverano sempre più sofferenti e affamati nel loro peregrinare? Perché non scelgono l’unica soluzione razionale, quella che la madre decise anni prima. Dopo aver lottato inutilmente per convincere il marito a fare altrettanto, si tolse la vita con una scheggia di ossidiana per lasciargli le due ultime pallottole rimaste . Ma lui non usò mai questa via d’uscita. Perché? Per un supremo atto di amore, risponde McCarthy. L’amore che lega il padre al figlio. E indubbiamente le parti più belle, più delicate e struggenti, sono i tanti momenti in cui quest’amore si rivela. Un amore che per il padre “è l’unica cosa che lo separa dalla morte”. Un amore che è l’unica protezione dai “cattivi” o dall’essere “cattivi”. “Siamo sempre i buoni, vero ?” chiede il figlio. “Sì”, risponde il padre, “perché abbiamo il fuoco”. Perché abbiamo noi stessi – o un’anima - e ciò ci deve bastare. Sconcertante questo nuova “fede” (notate le virgolette) di McCarthy che ha scritto il libro a 72 anni in concomitanza con la nascita del suo primo figlio. Intollerante – come al solito- nei confronti delle donne e del loro modo di pensare, ci dipinge un padre materno, coraggioso e immensamente protettivo, che però vede nell’amore per il figlio la ragione della propria esistenza e sembra trascurare ciò che inevitabilmente accadrà “dopo”.Temi molto vicini all’attualità dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico, che non so quanto McCarthy intendesse sfiorare con questo libro, comunque permeato dal pensiero – e dalla realtà - della morte. Abilissimo dal punto di vista linguistico, nell’originale inglese utilizza spesso termini desueti (e forse alcuni inesistenti), che però ben si adattano a questa poetica dell’apocalisse. Vincitore del Pulitzer 2007. Un altro libro da evitare se si è già tristi (come un anonimo ha giustamente scritto nel suo commento al mio post su Oltre il confine dello stesso autore).www.panchinedimilano.com
Una strada già percorsa?
Scritto da billypilgrim il 15 settembre 2009
Esattamente trent'anni fa, Urania pubblicava con il titolo "Una ruga sulla terra", un romanzo dell'Inglese John Christopher in cui un uomo e un bambino, dopo una catastrofe di proporzioni bibliche, iniziano un viaggio, attraverso un'umanità disgregata, forti solo dei loro pochi averi e del loro reciproco affetto. Fermo restando che almeno in parte concordo con l'affermazione di Camilleri (che la mutua da Calvino), secondo cui esiste per i racconti una sorta di memoria archetipale a cui tutti possono attingere e, quindi, può succedere che due autori finiscano con il raccontare la stessa storia, le coincidenze e le situazioni raccontate nel romanzo di Christopher e in "La strada", sono un po' troppe per non destare qualche perplessità. Certo il libro di McCarthy ha goduto di un migliore trattamento sia in termini di traduzione e di battage pubblicitario di quanto, a suo tempo, non ne abbia goduto quello di Christopher; di sicuro lo stile dell'americano è molto più incisivo e il suo romanzo è molto più angoscioso e angosciante e, di certo, un libro come "La strada" è un libro che consiglio a tutti, ma nonostante tutte queste considerazioni non riesco a liberarmi da una fastidiosa sensazione di dejà-vu.
la strada
Scritto da myskin il 30 aprile 2009
la strada è un libro desolante, senza speranza. in un mondo annientato, post apocalittico, un uomo ed un bambino, sopravvissuti, camminano sulla strada verso il nulla. il poco cibo rimasto, qualche sudicia coperta per ripararsi dall’inverno ed una pistola con due colpi in canna per difendersi dai “cattivi”, predoni che per sopravvivere arrivano a nutrirsi dei propri simili, è tutto ciò che resta loro, mentre attraversano un’america buia, fuligginosa e fredda. Straziante.
La memoria?
Scritto da Livietto il 09 aprile 2009
La letteratura americana ha indicato "The Road". Adesso a noi del vecchio continente tocca dare un senso al tempo e alla memoria che non c'è più.
La strada
Scritto da pratodellago il 30 novembre 2008
Bel libro. Mi è piaciuta molto l'idea generale, quella di descrivere un mondo post-apocalisse, e sono anche ben delineati i due personaggi, il padre ed il figlio, che cercano di sopravvivere, nel corpo e nell'anima, ognuno a modo suo. Unico difetto: è un po' ripetitivo e monotono ed alla fine mi ha stancato.
oltre il limite
Scritto da brida il 31 gennaio 2008
Non solo un viaggio nel vuoto di un tempo ormai finito, una grande introspezione, un uomo e un bambino, un padre e un figlio senza nome e senza età. Non esiste un tempo in cui si svolge il loro viaggio, non è importante dove e perchè ma solo l'esistere, andare avanti nonostante tutto, con coraggio, nell'attesa di un raggio di luce che dia speranza. Una lettura che fa riflettere sulla fretta di vivere che ci allontana dalla vera essenza della vita. L'amore e la forza interiore che fa andare avanti nonostante tutto...
"Il buio fuori"
Scritto da PaoloBriz il 24 gennaio 2008
secondo viaggio di mccarthy negll'abisso... questa volta "il buio fuori" è tangibile in questa landa desolata che accompagna il cammino di padre e figlio per raggiungere l'ovest, il mare, la speranza. mccarhty sa come essere spietato, ma si dimostra profondo conoscitore delle leve che spingono l'uomo ad andare avanti nonostante tutto. "Qual è la cosa più coraggiosa che hai fatto in vita tua?" chiede il figlio al padre "Svegliarmi stamattina"
La fine dell'umanità
Scritto da Kasketto il 23 gennaio 2008
Dolce e crudele al contempo, il romanzo di Cormac McCarthy ha il sapore amaro della crudeltà nella sconfitta dell'uomo e la dolce tenerezza che solo il rapporto padre-figlio sa esprimere. Un rapporto scevro da ogni sovrastruttura emozionale, scarno, ridotto all'essenziale perché in gioco c'è la sopravvivenza. Veramente struggente da non perdere.








