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Descrizione

Un mondo di emarginazioni, sospeso tra un silenzio e il filo del racconto, che tesse l'orlo a giorno di storie del comune sentire. Una serie di racconti con al centro la figura di una emarginazione, inseguita attraverso i dettagli che fornsce la voce narrante. Sempre fuori fuoco, sempre in asincrono, inseguendo la nota che incrina la voce ma anche ciò che fa riflettere su sè stessi, sulla vita, sul mondo che ci appare come se vivessimo in villa, ma nel cartone.
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2010
1 gennaio 2010
178 p., Brossura
9788891012760

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LINO DIGIANNI
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In villa nel cartone. Racconti d’estate, dice il sottotitolo, ovvero della stagione in cui le storie maturano più in fretta, si staccano dalle solitudini e rotolano come albicocche sulla tavola, complici le conversazioni libere e vaganti e la pigrizia del fare. Racconti d’estate, frutto di un’umanità che esce allo scoperto, con i suoi vissuti, o si lascia scoprire. In realtà, quelle di Lino Di Gianni, sono rapide incursioni narrative capaci di ancorarsi ad ogni stagione e ad ogni tempo: vanno dritte al cuore delle cose, indifferenti ai colori del cielo. Alludono, senza indugiare in descrizioni, ora al perimetro urbano di una grande città (che ha nicchie di grigiore e marciapiedi, mercati, sale d’attesa e case, soprattutto case, anche di cartone o umiliate dalle povertà), ora a luoghi indefinitamente lontani, collocati ai margini delle infanzie e dei miti familiari: tutti ‘orli’di un quotidiano che, attraverso i racconti, si individua perché prende nome, forma, sesso, età, lavoro, diventa persona e atto di parola. In villa nel cartone è, infatti, una costellazione di mondi narrati, minimi come i pianeti del Piccolo Principe o le isole dei mari del Nord: accolgono singole esistenze che, accostate, vanno a comporre un paesaggio dai contorni irregolari e precari, una umana geografia frattale, spesso frastagliata in “rumenta” e “rabadan”. Qui una storia equivale alla vita, che resta addosso alla maniera dei vestiti: è uno scorcio/busta per la spesa, in cui è possibile intravedere un sogno spiegazzato e un ricordo recidivo, un’abitudine che diventa mania e una croce da portare sulle spalle come l’amianto nei polmoni e l’allergia sulla pelle, o, ancora, una filosofia contenuta nell’agrodolce di un antipasto piemontese e in lettere non spedite. Raccontare, dare voce a queste esistenze è operazione delicata: occorre la pazienza della sosta e dell’indugio, la sensibilità/abitudine all’ascolto, la disponibilità a cogliere anche le domande inespresse, senza presunzione di risposta. Serve il silenzio solidale dell’accoglienza, che è privo di invadenza e di punti esclamativi: rinuncia a giudizi e a stupori e sceglie di essere poroso e penetrabile, tanto da diventare terreno di coltura di ogni seme di storia, che arriva con la sua parlata, con le sue pause e le sue ripetizioni, anche quando appartiene a chi è Invisibile. Lino Di Gianni non sottopone le parole a censure letterarie: le cerca ‘vere’, col senso della strada e della fabbrica, capaci di nominare e trattenere, corpose e umorali. A volte arrivano con fatica, “come muli inchiodati per le zampe posteriori”, a volte hanno la dolcezza dolorosa degli amori passati o del viola indaco della Provenza. Sempre più spesso sono parole-cose, “oggetti per ricordare”, che funzionano da ancore per la memoria. Portano in dote “fatti qualsiasi, neanche buoni per le sere che piove”, dice la modestia dell’autore. Non è vero. Costruiscono, piuttosto, storie comuni. Ha un senso alto e bello la parola ‘comune’: ci parla di una quotidianità lontana dall’eccezionalità, ma anche di coabitazione, di scambio, di condivisione. E allora piace pensare che le storie contenute in questo libro abbiano tale dimensione: dialoghino fra loro e con noi, nella rete corale del racconto. Siano di tutti e per tutti, come dovrebbero essere il pane e l’umanità. * Zena Roncada

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