Ultima commedia di Shakespeare, La Tempesta è ancor meno delle altre opere di Shakespeare un testo da lettura. Relativamente povera di grandi monologhi o lirici dialoghi, essa respira soprattutto della scenografia che regista e scenografo riescono a creare, dell’interpretazione di alcuni personaggi, della presenza lieve e quasi eterea di Ariel, lo spirito del bene al servizio di Prospero, contrapposto a Caliban, figlio di una strega, mostruosa creatura della terra e del suo marcio. Ma anche a leggerla ci si apre un mondo: Prospero, duca di Milano spodestato dal fratello con la complicità del re di Napoli, si è ritirato in un’isola con la sua sapienza magica e progetta un naufragio in cui i suoi nemici si troveranno riuniti presso di lui per una vendetta che sarà poi una generale catarsi. Tra questi c’è il giovane Sebastian, figlio del re di Napoli, che si innamora della figlia di Prospero Miranda ed è sottoposto da Prospero a dure prove per testarne le fibra morale: “Taluni bassi servigi possono anche eseguirsi con nobiltà d’animo e le occupazioni anche più umili possono avere come meta altissimi fini. Questo modesto compito sarebbe invero per me pesante quanto odioso, non fosse che la damigella ch’io servo ridà vita a quel ch’è morto e trasforma in piacere le mie fatiche.” E così l’amore si insinua e fa fiorire il deserto. Ariel veglia sul lato luminoso dell’azione, Caliban su quello oscuro, promuovendo una congiura contro Prospero. Ma alla fine tutti si ritrovano e si riconciliano. Si avvicina la fine anche dell’isola-palcoscenico di questo dramma: “le nostre feste sceniche sono finite…-annuncia Prospero- Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni e la nostra vita breve è circondata dal sonno”. Tutti riacquistano la loro libertà e Prospero in un canto finale si congeda scoprendo tutto l’impianto morale della commedia: “Non ho più ora spiriti su cui comandare e arte magica da fare incanti. E disperata sarà la mia fine a meno che io non sia soccorso da una preghiera così penetrante da commuovere la stessa pietà e liberare da ogni colpa. E così, come voi vorreste essere perdonati dai vostri peccati, fate che la vostra indulgenza mi rimetta in libertà”. Perché la vera, grande magia, bianca o nera che sia, risiede nelle infinite colorazioni del sentimento umano di cui l’autore con leggerezza e inventiva ci ha dato in questa commedia una fantastica visione.
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Anno edizione:1956
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