Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia di Paul Richardson è un saggio storico inaspettato che, nella definizione e ridefinizione di alcuni punti apparentemente inamovibili della nostra educazione alla materia geografica, rifonda il comune pensiero spazio-temporale nella direzione di una maggior consapevolezza della discutibilità delle rappresentazioni. Molto consigliato.
Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia
Da secoli ci siamo abituati all’idea che la geografia sia l’unica chiave per comprendere l’ascesa e la caduta delle civiltà, l’ordine mondiale e il futuro della geopolitica. Tutto si fonda su un gigantesco equivoco: la mappa non è il territorio, non riproduce il mondo come è, ma come pensiamo che sia. Continenti, confini, nazioni si limitano a riflettere paure, pregiudizi, ideologie. Sono solo strumenti che abbiamo creato per dare una parvenza di ordine a ciò che non ne ha. Ma come siamo arrivati a confondere il mondo con la sua rappresentazione? In un’affascinante indagine attraverso lo spazio e il tempo, Paul Richardson smaschera tutte le favole che l’Occidente si racconta da sempre e arriva a mettere in crisi anche «dogmi» del presente che si attribuiscono alla geografia: il PIL come misura unica e insostituibile del benessere di una nazione, il mito della sovranità statale, l’ascesa della Cina come grande potenza, l’imperialismo della Russia, l’Africa come terra che ha bisogno di essere salvata.
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Anno edizione:2026
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Emanuela 25 maggio 2026l'altra faccia della geografia
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buc83 22 maggio 2026Perchè miti?
Francamente mi aspettavo qualcosa di diverso, per carità non è male però non lo metterei tra le priorità tra i libri da leggere
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Ely 10 maggio 2026L'umanità riflessa nelle carte
Questo è uno di quei libri che ti costringono a riconsiderare qualcosa che davi per scontato: la forma del mondo. Paul Richardson parte da un presupposto semplice e destabilizzante: le mappe mentono sempre, perché non possono fare altro. Ogni proiezione, ogni scelta grafica, ogni omissione è un atto politico, culturale, narrativo. E Richardson si diverte con eleganza e un pizzico di beata ironia a smontare queste illusioni. La sua scrittura è chiara, colloquiale, quasi confidenziale. Non c’è mai il tono del professore che spiega dall’alto, ma quello del viaggiatore curioso che ti accompagna per mano tra aneddoti, errori storici, distorsioni geografiche e bizzarrie cartografiche. Il libro funziona perché alterna storia, geografia e psicologia percettiva senza appesantire: Richardson sa quando fermarsi, quando divagare, quando affondare il colpo. Il cuore del saggio è l’idea che le mappe non siano specchi del mondo, ma interpretazioni. Così scopriamo perché l’Africa appare più piccola di quanto sia, come mai l’Europa è sempre al centro, perché certe isole “esistono” sulle carte per secoli pur non essendo mai state reali. Richardson mostra come la cartografia sia stata usata per conquistare, per rassicurare, per intimidire, per raccontare storie di potere. E lo fa con un tono leggero, ma mai superficiale. C’è anche una dimensione più intima: le mappe come strumenti per orientarsi non solo nello spazio, ma nella memoria. Richardson parla di mappe personali, di luoghi che cambiano significato, di come il nostro cervello selezioni e distorca proprio come un cartografo. È qui che il libro diventa più profondo, quasi emotivo, esistenzialista senza perdere la sua natura divulgativa. Se c’è un limite, è che alcuni capitoli scorrono così veloci da lasciare il desiderio di approfondire di più. Ma è un difetto lieve, figlio della scelta di mantenere un ritmo agile e accessibile. Un libro che si legge con piacere e che continua a lavorare nella mente molto dopo averlo chiuso.
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