Il Busto del Duce - Lestes - ebook
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Il Busto del Duce
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Descrizione


Luglio 1936. Nello studio di Villa Farnesi, sul tappeto persiano, il Federale Ettore Farnesi viene trovato morto: il cranio aperto contro il busto in bronzo del Duce, che giace a terra incrostato di sangue. Vittorio Arconti — ex commissario, oggi investigatore privato, vedovo dal 1931 — viene incaricato di indagare, ufficialmente per chiarire un caso che il regime preferirebbe archiviare in fretta. Durante il primo colloquio con la vedova, Clara Farnesi, Arconti nota un'incongruenza: una sequenza di numeri romani incisa sul fianco della base del busto, troppo precisa per essere un difetto di fusione. Clara nega di averli mai notati — e mente, con la stessa freddezza con cui una donna abituata a mentire da anni nega l'ovvio. Tornato in ufficio, Arconti decifra i numeri: non sono una data né una firma, ma le cifre di un conto cifrato presso la Banca Generale di Lugano. Il conto svizzero apre la pista che muove tutto il romanzo: Farnesi non era soltanto un federale fedele al regime, ma un nodo in una rete di traffico di visti e ricatti che collega l'amministrazione provinciale, l'OVRA e alcuni ambienti militari. Le indagini portano Arconti a incrociare tre uomini con motivi distinti per voler morto Farnesi: il console generale Ludovico Sforza, che teme l'esposizione dei propri traffici e delle proprie ambizioni politiche; l'ispettore dell'OVRA Marcello Rinaldi, che gestisce la rete di ricatti per conto del regime e non tollera testimoni scomodi; e un terzo uomo, più vicino ad Arconti di quanto vorrebbe ammettere, legato a Clara da un rapporto che la vedova continua a negare. Il capitano della Milizia Furio Gigli fornisce la cornice di violenza istituzionale che protegge la rete dall'esterno, mentre testimoni minori — una governante, una fotografa, un autista — restituiscono pezzo per pezzo l'ultima notte di Farnesi, ciascuno con il proprio piccolo, comprensibile silenzio. Il colpo di scena centrale del romanzo è proprio in quella notte: due uomini sono entrati nello studio di Farnesi, in momenti diversi, senza sapere l'uno dell'altro. Il primo lo ha colpito convinto di averlo ucciso, ed è fuggito. Il secondo è arrivato dopo, ha trovato Farnesi ancora agonizzante e gli ha inferto il colpo che lo ha ucciso davvero, credendo a sua volta di essere l'unico colpevole. Clara Farnesi è la sola a conoscere entrambe le verità — e a tacerle entrambe, per ragioni diverse. Il confronto finale si svolge ai Murazzi, lungo il Po: Arconti, dopo aver ricostruito l'intera rete attraverso il conto svizzero e gli archivi dell'OVRA, mette Clara, Sforza e Rinaldi l'uno di fronte all'altro. Nella confusione che segue, un colpo di pistola silenziato uccide Rinaldi: le sue ultime parole, un nome troncato a metà — "È L…" — bastano ad Arconti per chiudere il cerchio sul secondo colpevole, quello che nessuno aveva ancora nominato. Nella Coda, ambientata nel novembre dello stesso anno, ogni personaggio riceve l'esito che si è guadagnato: Sforza salvo e promosso, Clara a Roma con un nuovo silenzio da custodire, Gigli ridotto a una nota di cronaca, e Arconti solo nel proprio ufficio, con la certezza di aver capito tutto e di non poter cambiare niente. Una sottotrama sulla persecuzione degli ebrei torinesi — una fotografia di famiglia ritrovata negli archivi dell'OVRA, una cartolina senza firma — allarga per un momento lo sguardo del romanzo dal singolo delitto al meccanismo più grande in cui è inserito. Il Busto del Duce non è una storia di giustizia ottenuta, ma di verità conquistata a un prezzo che si paga in solitudine: Arconti chiude il caso, ma resta — come i lettori della serie già sanno — un uomo che ha scelto di sopravvivere, e che porta quella scelta come un peso discreto e permanente.

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