Civili (xeno)fobie
Ci sono parole che uccidono. Nelle strade delle nostre civilissime metropoli, nel vociare rumoroso dell'ufficio speciale immigrazione di Roma, nella fila per la mensa, sugli autobus si mettono in scena sguardi fobici, fastidiose compresenze, silenziose esclamazioni. Le stesse esortazioni alla tolleranza e alla convivenza multiculturale spesso sottendono un quadro epistemico xenofobo, che intende l'altro, ed esemplarmente lo straniero, nello statuto fisso di estraneo, intruso, insidioso. Questo quadro epistemico è figlio diretto del colonialismo e della sbandierata missione civilizzatrice di un certo Nord nei confronti di un certo Sud. La decostruzione dell'eurocentrismo e della soggettività sottesa ai diritti umani e di cittadinanza compiuta da Jacques Derrida, Gayatri Spivak e Judith Butler mette in luce le coordinate di una comprensione dell'alterità che marginalizza, riduce e si riproduce dai banchi di scuola alla comunicazione mediatica. E rilancia una domanda ineludibile: che cosa significano oggi identità, cittadinanza, democrazia, appartenenza, comunità?
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Anno edizione:2011
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