Non è mia abitudine riportare nelle recensioni che scrivo le eventuali dediche dell’autore che normalmente si trovano nella seconda pagina, ma questa volta faccio un’eccezione che ritengo più che motivata; infatti leggo “Caro Renzo, mi fa piacere donarti questo libro nato per essere regalato a parenti ed amici. Con affetto Franca”. Quanto pudore in queste poche righe! Franca Canapini, poetessa assai valida e conosciuta anche come narratrice, ha quasi un senso di timore nel proporre questo Dal fondo. I miei primi dieci anni, una autobiografia limitata a un periodo di tempo assai breve dove quello che conta non è la storia del soggetto che scrive la sua esistenza da bambina, ma è il narrare di un’epoca passata, di un’Italia che faticosamente viene ricostruita sulle macerie della guerra, con i primi sviluppi industriali che ancora non lasciavano presagire la fine di una millenaria civiltà, quella contadina. E Franca è in grado di parlarne compiutamente non solo per gli studi effettuati e le sue capacità di analisi, ma anche perché abitava in campagna e nella sua crescita da lattante a bambina ha potuto vedere come il mondo rurale subisse una modificazione quale non si era mai vista prima. Ero povera, scrive, povera, ma non misera, perché non le mancava da mangiare, ma il suo mondo, come del resto il mio che analogamente ero povero, imponeva una rinuncia dietro l’altra che i bambini di oggi, abituati ad avere tutto, nemmeno possono immaginare. Eppure, e probabilmente senza enfatizzare il senso di questa congiunzione, eravamo felici per il poco che avevamo. Per Franca Canapini la vita all’aria aperta, i contatti con gli altri bambini, più o meno anch’essi poveri, erano l’occasione per vivacizzare l’esistenza, per dare tutto se stessa in cambio di poco, ma con la soddisfazione di aver dato un senso alla giornata. La gioia derivava da piccole cose, oggi impensabili, come l’acqua corrente in casa, la stufa economica a legna, anziché il focolare, una passeggiata al mercato e perfino al cimitero, per non parlare dell’osservazione attenta della natura, delle ricorrenze capitali nel lavoro dei campi, quali l’aratura, la semina, poi la mietitura e la trebbiatura. Anche la vendemmia aveva una sua importanza, richiama epoche ancor più antiche e quasi sembra di vedere la raccolta dell’uva, il trasporto, la pigiatura con gli occhi di quel grande cantore che è stato Virgilio. C’è proprio tutto un mondo scomparso in questa narrazione di una giovinezza che di certo non tornerà più, come è altrettanto sicuro che quella civiltà di cui erano permeati i popoli, così immobile nei secoli, non la potremo più rivedere, né ci sarà dato il piacere di vedere la mungitura a mano nelle stalle, o di sentire il chiacchiericcio delle lavandaie prone sugli scanni ai lavatoi. Tutto è scomparso, annientato da un boom economico, ma anche da una nuova mentalità, che ha sostituito poco a poco i carri trainati dai buoi con le lambrette, e poi con le Topolino e le 500, per non parlare dell’avvento della televisione, capace anche di far vedere come vere cose che non lo sono e che ha soppiantato le riunioni serali nella stalla d’inverno o sull’aia d’estate dove c’era sempre chi era capace di raccontare fole, anticipando la narrativa horror con storie di fantasmi che facevano tremare i più piccoli, paurosi nel buio della stanza quando andavano a dormire. Franca Canapini ha una scrittura snella, una capacità affabulatoria che attrae e incanta, non di rado accompagnata da una certa vena poetica che le è propria e che la induce a integrare la prosa con dei versi che, oltre a essere belli, non sono per niente fuori luogo. Certo il fatto che parli di un’epoca che ha visto anche la mia giovinezza ha un peso non trascurabile nel giudizio, ma questo voler scrivere di un passato ormai lontano non ha solo il significato di una sorta di testamento da lasciare ai nipoti (e infatti l’opera inizia con un’introduzione in cui, rivolta alla nipote Alice, ne è spiegato il fine), è anche l’omaggio per i bambini di oggi, affinché sappiano quali sono le vere radici da cui provengono, sperando che apprezzino e che, soprattutto, possano comprendere, loro che hanno tutto, troppo direi, tanto da essere sempre insoddisfatti, quanto il poco dei loro nonni sia stato considerato un bene prezioso, una ricchezza irripetibile. Da leggere, e non è un consiglio, ma una raccomandazione.
Dal fondo. I miei primi dieci anni
Una nonna racconta alle proprie nipoti vari episodi della sua infanzia, vissuta, negli anni Cinquanta del Novecento, in una piccola valle della campagna toscana. “Vi regalo il racconto di una storia fossile, proveniente dal fondo della mia memoria, ma anche dal fondo dell’umanità e della gerarchia sociale; e pure dal fundus, nel significato latino di campo”, dichiara l’autrice che, affabulando le sue vicende, mette in evidenza i sistemi di vita e di lavoro, nonché la socialità, i bisogni e le privazioni delle famiglie contadine dell’epoca e ci fa assistere alla fine della millenaria società agricola. Il testo si presenta diviso in brevi paragrafi titolati ed è arricchito da alcune poesie e da alcune immagini. A corredo un breve glossario con la spiegazione delle parole desuete o dialettali.
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Anno edizione:2019
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In commercio dal:19 marzo 2019
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Renzo Montagnoli 30 giugno 2019
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