La Geometria del Vuoto
Claudia Mancini, architetta quarantenne specializzata in spazi abbandonati, accetta un incarico insolito: ristrutturare Villa Ombrosa, una dimora liberty isolata sui colli bolognesi, proprietà della defunta scrittrice Elisa Rovedo. La villa, vuota da quindici anni, cela un segreto: ogni stanza è stata progettata con angoli leggermente distorti, porte che non si allineano, scale con un gradino in più rispetto al previsto. Claudia, reduce da un lutto che l'ha lasciata afona per sei mesi, avverte subito qualcosa di sbagliato nella geometria dell'edificio. Durante i primi rilievi, scopre un diario nascosto dietro una parete finta: pagine fitte di annotazioni ossessive sulla «matematica del silenzio» e schizzi di volti che non appartengono a nessun album di famiglia. Le notti nella villa diventano incubi ad occhi aperti—rumori di passi sincopati, l'odore di verbena e iodio (profumo mai usato dalla defunta), finestre che si spalancano da sole nonostante cardini arrugginiti. Il vicino, un anziano botanico ritiratosi dal mondo dopo la scomparsa della figlia nel 2009, le consegna una scatola di fotografie: ritraggono una bambina bionda che gioca nei corridoi della villa, ma nessun documento ufficiale menziona figli di Elisa Rovedo. Claudia inizia a perdere ore—si risveglia in stanze diverse senza ricordo del tragitto, con le mani sporche di terra e frammenti di dialoghi nella sua calligrafia che non ricorda di aver scritto. Il suo terapeuta le rivela una verità sconvolgente: da bambina, Claudia trascorse un'estate nella villa come ospite della scrittrice, ma l'episodio fu cancellato dalla sua memoria dopo un trauma mai diagnosticato. Tornando a scavare negli archivi comunali, scopre che tre bambine scomparvero nella zona tra il 1998 e il 2009, tutte ospiti occasionali di Elisa. L'ultima, Sofia, aveva otto anni—l'età di Claudia durante il suo soggiorno. Le pareti della villa rivelano iscrizioni nascoste sotto strati di pittura: sequenze numeriche che corrispondono a coordinate geografiche. Una porta murata nel seminterrato cela una stanza circolare con dodici sedie disposte a raggiera e al centro un microfono arrugginito. Sul pavimento, inciso nel cemento, un'unica frase: «Chi ascolta diventa voce». Claudia capisce troppo tardi che la villa non è una casa—è un dispositivo acustico progettato per registrare, amplificare e conservare memorie altrui. E lei non è l'architetta incaricata del restauro: è l'ultima registrazione ancora attiva, il frammento di una bambina che non tornò mai a casa. Le voci che sente non sono fantasmi—sono i suoi ricordi, intrappolati nella geometria distorta delle stanze, che ora lottano per riaffiorare. Ma qualcuno, fuori dalla villa, sta ascoltando insieme a lei. E non vuole che la verità venga alla luce.
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