Cose da non fare mai: giudicare un libro dal numero di pagine. In meno di cento pagine la scrittrice ungherese di nascita e svizzera d'adozione Agota Kristof ci offre una piccola pietra preziosa, la storia di un'amore complicato, doloroso, tormentato eppure intenso. Amo questa scrittrice perché è capace di farmi percepire le stesse emozioni e sensazioni che percepiscono i personaggi. E' sempre una ferita aperta leggere la Kristof, alla fine dei suoi libri ho sempre un grande senso di vuoto dentro, che però non è cattivo, è solo la capacità dell'autrice di colpire profondamente i miei sentimenti, stordire completamente i miei sensi e lasciarmi senza parole.
Tobias Horvath è un emigrato, ogni suo giorno scorre nella quotidiana lentezza dell'abitudine e della ripetizione di gesti vuoti. Ha trascorso l'infanzia nella miseria, all'ombra della madre che era la ladra, la mendicante, la prostituta del paese. Quando, tra i molti che vedeva entrare e uscire di casa, ha scoperto chi era suo padre, Tobias ha preso un lungo coltello e glielo ha affondato nella schiena.
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Anno edizione:2016
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Formato:Tascabile
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Col suo consueto stile asciutto, essenziale, la Kristof srotola la vita e le sue sorprese amare, questa volta con l’inedita variante del racconto autobiografico. Al contrario degli altri suoi scritti, l’autrice è presente, si sente, e questo produce l’effetto strano e meraviglioso di sentire una favola raccontata da una persona abitualmente burbera. In questo racconto, emerge quanto della Kristof sia contenuto nelle altre sue opere. Gli esercizi di silenzio, di immobilità, di digiuno, non erano bizzarra invenzione di Klaus e Lucas ne Il Grande Quaderno. L’analfabeta riassume collocandoli nella propria vita, tutti i temi così cari alla Kristof, come la separazione dagli affetti, l’abbandono del paese, il doloroso perenne stato di profuga che così intensamente stillato dalla sua penna. Un ricordo scuro e insieme affettuoso, la salvezza trovata non senza difficoltà nella scrittura. Un racconto scarno, misurato, didascalico, ma non per questo scevro di poesia. Proprio per questo al contempo ironico e toccante, secco come cicatrici di ferite profonde e antiche. Una lettura veloce, dal punto di vista letterario non impegnativa, dal punto di vista emotivo, invece, il concentrato di universo che doveva precedere il big bang. Per la prima volta affiora la Kristof donna, la Kristof madre, con brevissimi discreti accenni che potrebbero essere fraintesi per mancanza di comodità in questi ruoli. In verità la Kristof nel proprio scrivere è donna libera dallo stato di donna. Scrive come un essere neutro, per questo sconvolgente e insieme magnifico. Questo racconto avvicina sul piano umano a questa scrittrice così spigolosa, così criptica a volte. Emergono intelligenza e sensibilità immense, smisurate quanto il dolore patito e le ferite subite. Insieme, una forza sorprendente, una cristallina narrazione della propria verità, come proclamazione di dignità ultima e suprema.
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Line è un nome. Un nome proveniente da un mondo ormai abbandonato, il mondo dell'infanzia di Sandor. Line è un desiderio prepotente, materiale. Un'ossessione che sconvolge ogni cosa, che fa sì che sogno e realtà si confondano irrimediabilmente. "Ieri" è la storia di un amore impossibile, ma è anche la storia di una vita votata al niente, che tenta disperatamente di trovare una soluzione al vuoto di cui è fatta. Ed è la storia di vite emarginate. Fuggite dal paese d'infanzia e inserite in un mondo nuovo e difficile.
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