Il libro è un variegato affresco di una società ottocentesca piena di contraddizioni. Se da un lato il progresso e la tecnologia si stanno lentamente facendo strada nella vita delle persone, dall’altro superstizioni e falsi moralismi dilagano. Si tratta di una società fondamentalmente ancora chiusa, che lascia poco spazio alla libertà. Una società in cui non procreare è peccato. Soprattutto, leggendo il romanzo di Kate Manning, ci troviamo di fronte alla storia di una donna che, prima di tutto, è stata una bambina determinata a costruirsi il suo futuro, incapace di lasciare la sua vita nelle mani di altri. Una bambina che si ritrova presto a avere tra le sue di mani la vita di altre donne come lei. “Una levatrice a New York” è, in realtà, la storia di numerose ostetriche che, in quel periodo, si ritrovarono a vivere un’esistenza fatta di gloria e di danneggianti cadute. Una vita in perenne bilico tra domande senza risposta e enigmi morali che avevano il potere di trasformarsi in lunghe, a volte letali, condanne.
È il 1860 e mentre le Grandi Pianure occidentali d'America sono dimora dei bisonti nomadi, il duro acciottolato della città di New York è il domicilio senza tetto di trentacinquemila bambini. Ragazzi di strada, fortunati se riescono a vivere fino a vent'anni, la maggior parte scaricata agli ospizi per trovatelli. Tra loro si aggirano Annie, Dutch e Joe. Dodici anni, indumenti laceri, stivaletti pieni di buchi, Annie è la più grande dei tre ed è lei che conduce a casa di sua madre il Reverendo Charles Brace, dell'Associazione per l'Assistenza all'Infanzia, un tipo alto, magro, con occhi pallidi e infossati, la fronte sporgente e il naso lungo come un vegetale, incontrato per caso davanti alla bottega di un fornaio. Rimasta sola dal giorno in cui suo marito è caduto ubriaco da un'impalcatura mentre portava sulla spalla un carico di mattoni, la madre di Annie non resiste un istante alla parlantina del Reverendo che, affliggendola con storie sul fato funesto dei figli, riesce a portare con sé i bambini, come gattini presi per la collottola e infilati in un sacco. Separata da Dutch e Joe, affidati a famiglie lontane, dopo diverse traversie e dopo essersi ricongiunta alla madre giusto in tempo per vederla spirare di parto, Annie si ritrova a casa del dottore e della dottoressa Evans, a dare una mano in cucina a Mrs Browder, cameriera e governante tuttofare. In quella casa, dove giovani donne accorrono in gran numero per alleviare le sofferenze del parto con il Siero Curativo...
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Anno edizione:2014
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Chiara Minutillo 02 dicembre 2017
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Uno dei libri più belli che abbia mai letto, scritto benissimo e che si divora davvero in poco. L'autrice, che non conoscevo, mi ha stupita non solo per la storia in sé, ma anche e soprattutto per la sua bravura. La protagonista è una levatrice della New York del secolo scorso, una professione particolare, spesso osteggiata e discussa, eppure fondamentale. Un libro che mette in discussione tante idee personali e sociali, che consiglio vivamente
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Un'opera scritta benissimo, molto intensa e molto precisa sul piano storico. La protagonista è realmente esistita, anche se sono parecchie le concessioni narrative in quanto non siamo davanti ad una biografia, ma ad un romanzo. Si parla della condizione della donna, della maternità obbligata e dell'aborto, ma anche della condizione generale della società newyorchese durante i primi anni del secolo scorso. Un libro consigliato a chi non ha pregiudizi morali, altrimenti la lettura viene completamente condizionata.
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