Menami, mamma - Gian Piero Milanetti - copertina
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Menami, mamma
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Descrizione


Anni '60: in un appartamento popolare all'Appio Tuscolano di Roma vive il piccolo protagonista. Su questo palcoscenico impazza una mamma furiosa e malmaritata, che tiene la famiglia a suon di bestemmie, parolacce e cintate ma anche lusinghe, pianti disperati e suppliche ai santi di farsi strumento delle sue vendette. Schiacciato tra due fratelli più grandi che lo ignorano, una sorella giunonica, una nonna dura, cantante lirica mancata, ignorato dal padre, il piccolo protagonista combatte quotidianamente per aggiudicarsi i favori della mamma, accettando terribili umiliazioni pur di sentirne il calore, fino a chiedere - imitando il primogenito - di essere preso a cintate, in una sorta di esecuzione pubblica, davanti agli altri familiari, complici e testimoni di una madre-matrigna. Un romanzo crudo a tratti spassoso sui rapporti familiari.

Dettagli

29 gennaio 2010
130 p., Brossura
9788861650824

Valutazioni e recensioni

  • Ritengo di essere un lettore di romanzi abbastanza assiduo, normalmente ne inizio più di uno così da alternare la lettura. Ma credo anche di essere abbastanza selettivo: se un lavoro non mi piace mi fermo dopo qualche pagina, senza avere la curiosità di sapere come va a finire. “Menami Mamma” mi ha intrigato abbastanza per farmelo leggere tutto di seguito, senza interruzioni. Solo un aspetto non mi è piaciuto troppo: l'ossessione nella ripetizione di alcune perverse abitudini e fantasie (?) adolescenziali, come quella di gettare schifezze nel piatto della nonna. Tolto questo il lavoro è fresco e vivace e merita di essere letto.

  • Danilo Luigi Mario Foca

    La “punta di penna” con cui è tracciato questo esempio di fantasia sfrenatamente reale, accarezza in un volo leggero un dramma umano che più volte potrebbe sfiorare la tragedia. L’autore, capace, per necessità diverse, di altri stili di scrittura più articolati, più colorati, più profondi, riesce qui a tratteggiare situazioni, che facilmente avrebbero potuto richiedere la sanguigna, con un distacco lieve che impedisce al lettore, dall’inizio alla fine, di precipitare nel baratro di situazioni possibilmente insostenibili, mantenendolo sempre sul confine del tragicomico. Ogni capitolo, che scandisce la “giornata tipo”, è un acquerello su cui si apre, a volte, uno spiraglio che lascia solo intuire quanto di potenziale drammaticità la vita di quella famiglia costituisse per ogni suo membro. Oppure, quanto la fantasia dell’autore avrebbe potuto scatenare se non fosse stata, ad arte, tenuta a briglia. L’emozione leggera, ma ben presente, s’insinua e s’infiltra, solo tra le parole "ammirate" che descrivono carezzevolmente la dedizione del padre, vittima inconsapevole ma complice della “Crudelia” di casa, verso le meccaniche di volo del velivolo dell’eroico pilota da caccia! Prestando orecchio attento all’animo, s’intuisce, in nuce, la chiave che porterà alla nuova scrittura, dedicata alle pilotesse sovietiche.

  • ALESSANDRO MILANETTI

    Dando vita ad una sapiente miscela letteraria, condita da disincanto, durezza, sarcasmo ed un’incredibile abilità descrittiva per ogni minuzia del racconto (… dagli avari pasti quotidiani, seduti attorno ad una tavola “imbandita” alla meno peggio… sino al rituale macabro delle cintate!), l’autore tratteggia un trascinante scorcio di vita familiare, da gustare tutto d’un fiato. Il buon Carletto, protagonista narratore, tesse la tela ripercorrendo le “gesta” della propria gustosa, stravagante ed un po’ bislacca famiglia, narrando le proprie umili origini e facendo ruotare la vita quotidiana attorno alla pesante ed arcigna figura della mamma: è lei la padrona assoluta della casa, severa signora che tutti comanda e tutto dispone, instaurando un rigidissimo matriarcato opprimente e dispotico, con fare brutale e ruvidi toni da squadrista. Ecco che l’affresco ben presto viene condito dalle figure dei malcapitati figlioletti, dalla taciturna Franca, brutalmente soffocata nella sua femminilità, al prediletto Tonino, ciccione beneamato e smaccatamente privilegiato, passando per il mingherlino Donato e giungendo sino al quartogenito Carletto, l’ultimo della prole … ultimo in tutti i sensi, dalla scelta del vestiario sino alla miserrima qualità del banchetto quotidianamente apparecchiato dalla ruvida matrona. Non mancano una nonna malsopportata da tutti (… la “vecchiaccia”) ed un padre fiacco ed indolente, estraneo rispetto alle dinamiche della famiglia, anche lui comandato a bacchetta dalla tirannica moglie, con quel pericoloso coltellaccio comprato alla Upim che pende sempre come una mefistofelica minaccia di un’avida mantide religiosa. In un quadro di colorate vicissitudini e brillanti episodi familiari, fra “sughetti” conditi da zampe di gallina, gare di rutti, “sputazze”, pasti serali consumati al lume di una fioca lampadina piantata in mezzo ad un televisore spesso spento, domina sempre e comunque la figura dell’autoritaria madre e della sua perfida cinta di cuoio, sempre pronta a scagliarsi con veemenza contro le giovani terga dei poveri fanciulli. Ma il dolore e l’irruenza delle cintate materne, ripercorse dal piccolo Carletto in modo così minuzioso, particolareggiato, documentaristico, ricordando ogni straziante momento della brutale “cerimonia” pagana allestita dall’infida donna “mangia-figli”, nascondono un vero e proprio epilogo espiatorio per il giovane protagonista, quasi che solo attraverso quella liturgia della sofferenza avrebbe potuto ottenere, finalmente, il tanto desiderato amore della madre, a lui mai concesso e sempre rinnegato in ragione di un’ostinata asprezza di cuore ed un’innata scontrosità femminea. Sembra quasi che le lunghe sedute di maltrattamenti fisici, come pure le continue derisioni, le urla, le brutali invettive materne, ingenerano una sorta di “confusione” nel fanciullo, che forse neppure sa davvero cosa sia bene e cosa sia male, quali siano valori positivi e quali gli elementi da rinnegare. Non ci si può non immedesimare nel piccolo protagonista quando, vinto da un ambiguo complesso edipico, lo coglie un’irrefrenabile brama di grattare la schiena della madre smaniosa, oppure insiste nell’aiutare la mamma nello svestirsi, giungendo finanche a chiedere di ricevere una dose vigorosa di “meritate” cintate! E tutto questo pur di ottenere la conferma di un amore materno troppo brutalmente represso e confinato all’interno di un limbo di fantasia mai esploso in un sentimento di autentica empatia e di sincera partecipazione affettiva e familiare.

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