Il romanzo è molto bello ed intenso ma non è facile lettura, sia perché il tessuto sintattico e linguistico accompagna l’andamento arcaico di una comunità contadina, povera, composta da diverse etnie, che vive la sua esistenza fatta di fatica e scandita dal ritmo biologico della vita e delle stagioni, sia perché l’autore, che rievoca parte della sua fanciullezza, ne è emotivamente coinvolto. E’ certamente un romanzo corale, anche se l’io narrante è il sacrestano, Martin Crusich, il <<nonzolo>>, che accompagna nella sua lunga vita ben sette parroci ora italiani, ora croati, con le loro manie, fissazioni, difetti e pregi. Ma la presenza di questi sacerdoti nel tessuto narrativo serve, a mio parere, a fissare dei paletti intorno ai quali si dipana il tessuto di un mondo complesso e semplice allo stesso tempo, dove ci sono i ricchi e i poveri, le invidie e l’amore ma che la Storia si diverte a scompigliare. Finché c’era un nemico comune da combattere, vuoi i Turchi o la povertà stessa, allora non c’erano grosse distinzioni o odi tra le varie etnie: si viveva tutti secondo il ritmo delle stagioni e il suono delle campane. Nel momento però in cui le comunità si dividono e prendono, volenti o nolenti, coscienza della loro identità, allora quel mondo sembra tutto svanire pian piano e, se prima esistevano dei valori, ora non ci sono più neanche quelli o meglio non emergono dalla nebbia nella quale la Storia li ha chiusi. Giustamente Claudio Magris ha definito questo romanzo una <<epica di frontiera>> e tale è, perché la vicende si protraggono per più di mezzo secolo, vedendo avvicendarsi vincitori e vinti, e perché il vero protagonista è “il popolo”, quella comunità, unita nel bene e nel male della quale Tomizza professa una grande nostalgia. «Continuavamo a trovarci in piena guerra per l’eterna questione dell’essere italiani ed essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi», così riflette con molta tristezza Crusich. La lingua usata da Tomizza non è semplice, il lessico è spesso arricchito da termini dialettali, e il periodare appare denso, lento ma asciutto , direi quasi scarno, al punto da raggiungere veramente alti livelli di drammaticità, come nella descrizione del doloroso e travagliato funerale di Antonio, figlio del narratore o nell’ultima annotazione di Martin che, finalmente dopo una lunga vita, sente arrivare la morte, pensiero che poi pone fine al romanzo. In quei momenti il suo sguardo va verso la luce che il campanile e la chiesa illuminati dal sole riflettono e allora lui così riflette : << Dentro a questa luce tutte le cose liberate dalla loro pesantezza, quasi svuotate da ogni materialità, parevano mescolarsi e sollevarsi insieme. Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo>> .
Premio Strega 1978
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in dodicesimo paperback 320 9788804485933 Molto buono (Very Good) Libro usato proveniente da collezione privata. La copertina riporta lievissime tracce d'uso. Le pagine risultano delicatemente indorate dal tempo. Firma in prima pagina.
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Edizione:2
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Anno edizione:2000
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PASQUALE FERRARA 31 maggio 2008
Romanzo intenso, che narra in dense immagini la vita di un villaggio al confine italiano dai primi del '900 fino agli anni '70, diviso tra povertà e nobiltà, Italia e Croazia, passioni e religione. Un insieme di personaggi vari e reali, alle prese con un' esistenza difficile. Bello.
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