Come spesso accade con Roth, anche "Nemesi" è un romanzo di contrapposizioni. Spensieratezza giovanile e dramma dell’adulto, prosperità e tragedia, pezzi di storia americana e storia dell’individuo, interesse personale e doveri verso la comunità, libertà di sceltà e fatalità del destino, responsabilità verso la persona amata e responsabilità verso la società, compiacimento e senso di colpa, e, infine, caso e necessità (i veri dominatori di questo libro). C’è tanto, insomma, su cui riflettere e in cui immergersi nelle nemmeno 200 pagine che compongono il romanzo (l’ultimo della lunga produzione dello scrittore americano). Colpisce ancora la capacità di Roth di orchestrare il tutto sapientemente, di esplorare in profondità ciascun interrogativo, di elevare il particolare ad universale. E come spesso è successo con altri romanzi brevi della sua ultima fase letteraria ("Everyman" ed "Indignazione" ad esempio), anche in questo caso il risultato è un piccolo gioiello letterario da leggere, apprezzare, e su cui meditare.
Quasi fosse una discesa nel proprio sottosuolo, Philip Roth racconta la giovinezza a Newark: il vigore dei vent’anni e l’immediata disillusione arrivata con la guerra e la malattia. Lo fa come sempre senza compiangere né se stesso né gli altri, anzi facendo emergere con forza tutte le contraddizioni dell’epoca e i suoi violenti tumulti.
Al centro di "Nemesi" c'è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l'esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l'accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l'animatore deve far fronte quando nell'estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l'immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains - la cui "fresca aria montana era monda d'ogni sostanza inquinante" -, "Nemesi" mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l'epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.
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Anno edizione:2013
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AlbertoD 09 giugno 2024
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Trovo strepitoso e perfino commovente, l'atto con cui Roth ha concluso la sua carriera di narratore. Un romanzo nel quale si intrecciano due componenti classiche della grande letteratura di ogni tempo: la maledizione che colpisce gli innocenti e l'interrogativo alla base della teodicea. Lo scenario su cui si scatena la maledizione comincia con le forme della piaga biblica e un po' per volta si contrae in tormento interiore; i monologhi e i dialoghi che ospitano l'eterno interrogativo della teodicea («Si Deus est, unde malum?») esaltano la drammaticità del suo oggetto perché, come spesso accade, il giusto non è sicuro di essere giusto ma è convinto che gli innocenti (i bambini) siano davvero innocenti. Ma è il narratore a fornire l'unica risposta ragionevole e sensata, nonostante la sua ovvia insufficienza: «A volte si è fortunati e a volte non lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, la tirannia della contingenza è tutto» (cap. III). Tuttavia, che pagine sublimi sono quelle conclusive, nelle quali Arnie svela al lettore le ragioni più intime in virtù delle quali il protagonista, Bucky, era diventato un dio semitico agli occhi di un'intera generazione di ragazzini di Newark! Pagine meravigliose, intensissime, commoventi, che solo un gigante come Philip Roth era in grado di realizzare con tale perfezione.
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