Alcuni italiani, negli ultimi anni, si sono fissati con le trilogie. Uno di questi è Massimiliano Parente, con la sua Trilogia dell'Inumano, composta da, in ordine di pubblicazione, La Macinatrice (Pequod, 2005), Contronatura (Bompiani, 2008) e L'Inumano (Mondadori, 2012), sebbene, nel volume unico recentemente portato alle stampe dalla Nave di Teseo, l'ordine dei tre romanzi è stato modificato, con Contronatura che adesso apre la trilogia. Un altro è Antonio Moresco, con la sua Trilogia dell'Increato, composta da Gli Esordi (Feltrinelli, 1998), Canti del Caos (volume I: Feltrinelli, 2001; volume II: Rizzoli, 2003; volume unico: Mondadori, 2009) e Gli Increati (Mondadori, 2015). Due trilogie per certi versi agli antipodi, specie per gli intenti, perlomeno per quelli più o meno manifesti, ma, per certi altri versi, incredibilmente vicini. Aldilà di ogni possibile confronto, io però vorrei chiedermi il perché. Nello specifico: perché questi scrittori italiani si sono sentiti così attratti, quasi contemporaneamente, o comunque durante gli stessi anni, dall'idea di trilogia? Forse, per fare i conti con l'ombra lunga del naso importante di Dante? Per poter dire: «Anche io, da bravo italiano, ho fatto i conti con la Divina Commedia, l'ho riscritta o modo mio, l'ho sovvertita, l'ho reinventata, l'ho riscoperta»? Il tutto in un periodo in cui in Italia già si cominciava a respirare aria di Medioevo e si affacciava quindi l'esigenza di creare nuovi canoni letterari e morali (puntualmente ignorati dai lettori e snobbati dai critici)? Può essere. Ma poi c'è Isabella Santacroce, che taglia la testa al toro e la fa più grossa di tutte: se proprio frutto di un complesso o di un trauma dantesco, che sia esplicitamente (e coraggiosamente) tale, questa nuova Divina Trilogia. Tant'è che la sua Trilogia di Desdemona XI non si vuole nascondere dietro cose inumane o increate. No: la sua trilogia è umana, troppo umana, tutta pervasa da un'ammirazione, spesso distruttiva, per il creato. E è tutto sfacciato, messo in bella mostra, l'omaggio alla ben più antica trilogia: Isabella Santacroce, infatti, scrive un Inferno, un Purgatorio e un Paradiso. Ne altera solo l'ordine, decidendo di mettere il Purgatorio alla fine, ma sono dettagli. Amorino, dunque, il Purgatorio Santacrociano, arriva alla fine di un percorso iniziato con il (parodisticamente) satanico V.M.18 e il fiabesco Lulù Delacroix. Le vicende si svolgono in una nebbiosa cittadina della provincia inglese, Minster Lowell, agli inizi del Novecento. Qui giungono da Londra Albertina e Annetta, due gemelle orfane, i cui genitori sono morti in circostanze misteriose. Il loro arrivo destabilizza alcuni cittadini di Minster Lowell, che nelle pagine del romanzo acquisiscono una voce propria e accedono alla realtà solo e unicamente dal loro punto di vista. Troviamo dunque un pretaccio vizioso, la sua grassa perpetua che dirige il coro, un medico animato da strane pulsioni, una sarta pia e devota, una ragazzina fin troppo curiosa delle cose dei grandi. Più, ovviamente, Albertina e Annetta, così simili ma così diverse: una estremamente poetica e visionaria, l'altra molto più logica matematica. Amorino, dunque, è scritto in prima persona, solo che le prime persone sono tante. E sono tutte abbastanza inaffidabili. Il ricordo di un personaggio può essere smentito da quello che un altro personaggio, poche pagine dopo, potrebbe ricordare. Grandi sentimenti e grandi passioni provati da qualcuno possono essere totalmente ignorati da qualcun altro. Non esiste perciò oggettività nel racconto collettivo di Minster Lowell: esistono tante soggettività sconosciute le une alle altre, frantumi di un specchio incapace di riflettere la realtà nella sua interezza. Come a dire: se l'Inferno sono gli altri, come diceva Sarte, il Purgatorio potrebbe essere la nostra incapacità di comprenderli, di conoscerli fino in fondo, tutti questi 'altri'. Amorino si delinea dunque come un romanzo polifonico - proprio come il coro della parrocchia di Minster Lowell: coro polifonico, appunto, e che per l'appunto si chiama 'Amorino'. A mischiare ancora di più le carte in tavola contribuisce l'arrivo a Minster Lowell di una misteriosa scrittrice italiana, che si veste sempre di nero. Si chiama Isabella Santacroce, ed è accompagnata da due bambole: Desdemona e Lulù. L'autrice di Amorino, dunque, entra dentro Amorino. Ne rimane prigioniera, vittima e complice delle strane manipolazioni di Annetta e Albertina. Come i due precedenti volumi, anche Amorino è pervaso da una forte ambiguità. A Minster Lowell ci saranno omicidi, sparizioni, sangue, cannibalismi. Ma non si capirà mai perché: il mistero che circonda e possiede Annetta e Albertina non verrà mai risolto. A nulla servirà l'arrivo dell'ispettore Conan Doyle e di un fotografo in grado di catturare l'immagine dei fantasmi. Così come non sarà mai chiara chi si trova, realmente, in questo oscuro Purgatorio: i personaggi di Isabella Santacroce, o Isabella Santacroce stessa fattasi personaggio? L'unica cosa chiara è che la via d'uscita dal Purgatorio delle anime in pena è una sola: la parola, la scrittura, la letteratura, che qui ritorna in tutta la concezione mistica, religiosa e salvifica abbracciata dalla Santacroce. Ho letto la Trilogia di Desdemona XI nel dicembre 2018, nel periodo natalizio. Avevo fatto ritorno in un luogo che non mi piace, dove si respira buio, e ho preferito rifugiarmi nell'aldilà Santacrociano. Ho letto i tre volumi di seguito, nel giro di pochi giorni. Ancora adesso, non so quale delle donne/ragazze/bambine/angeli della Santacroce preferisco di più. Amo Lulù Delacroix più delle altre, ma questo non significa che debba preferirla a Desdemona o a Albertina e Annetta. Non so più nemmeno se tutta la trilogia è una fantasia di Desdemona, un sogno di Lulù o un'ispirazione che Albertina e Annetta hanno dato a Isabella Santacroce, lì a Minster Lowell, il secolo scorso. Ritengo, però, che di tutta la trilogia Amorino sia l'apice. Il romanzo trasuda romanticismo inglese da tutte le parti, nelle sue pagine resuscitano le anime di Bram Stoker, Emily Brontë, Mary Shelley, William Blake, Robert Louis Stevenson, George Elliot. A mano a mano che la storia procede, la trama si sfilaccia, tutto viene risucchiato in un vortice di inchiostro nero e notturno, estremamente poetico e estremamente potente, che ci trascina verso il fondo di tutte le cose: cioè, verso quell'amore di cui tutti noi abbiamo bisogno per uscire dal nostro purgatorio privato. Un amore che deve essere, anche, amore per sé stessi, per i propri simili, per tutte le debolezze e imperfezioni degli esseri umani, i quali non devono essere corretti, devono essere accettati, amati. Amati sempre, con forza gentile e senza nessuna paura. Perché, come ci insegna la Trilogia di Isabella Santacroce, è proprio dal basso che si erge l'Altissimo.
Siamo a Minster Lovell, freddo e austero villaggio inglese. E al tempo stesso "paradiso terrestre" del romanticismo nero. Un luogo fatato che è già da solo un romanzo - un luogo, si direbbe, non troppo dissimile dalla brughiera selvaggia delle sorelle Brontë. È il 1911. C'è nebbia. Albertina e Annetta Stevenson, gemelle monozigote, arrivano da Londra per ereditare un cottage vittoriano in seguito alla morte dei genitori, avvenuta sotto circostanze misteriose. Vestono in modo identico, e si mostrano così integerrime, così schive, che il primo ad accoglierle, o forse ad attirarle nella tela di un ragno, sarà uno strano parroco, Padre Amos: le cui parole saranno sin da subito cariche di agghiaccianti sottintesi. E sarà lui ad affidare alle sorelle Stevenson (l'una insegnante di canto, l'altra organista) la gestione del coro della sua chiesa, il coro "Amorino". Più che un semplice coro, un'umanità in miniatura, dove a cantare sono gli abitanti stessi del villaggio, velocemente conquistati dal rigore delle due ragazze. La sensualità, la compostezza, la grazia: quel che appare delle due sorelle è un inganno. Ogni notte, quando l'oscurità scende su Minster Lovell, sul fondo della quiete si odono delle grida spaventose. Chi sono realmente Albertina e Annetta Stevenson? Perché il loro arrivo a Minster Lovell coincide con una serie di inspiegabili accadimenti?
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Anno edizione:2012
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