Africa-Brass
Utilizzando la crème dei tecnici del suono e l’ineguagliabile qualità della produzione affidata alla Quality Record Pressings, la nuova serie Acoustic Sounds è masterizzata a partire dai nastri originali, stampata su vinile da 180 grammi e confezionata in copertine gatefold (“a libro”) ad alta qualità, curate dalla Stoughton Printing Co., dove – come si usava nei dischi dell’epoca – il foglio di carta stampato è applicato sul cartone (e quindi non è quest’ultimo ad essere inchiostrato direttamente). Il tutto sotto la supervisione di Chad Kassem, CEO di Acoustic Sounds, la società più affermata nel campo delle pubblicazioni per audiofili. Pubblicazione selezionate dallo straordinario catalogo Verve/UMe. Per iniziare, la serie si concentrerà su alcuni degli album di maggiore successo degli anni ’50/’60: questa volta tocca al primo, conturbante album capolavoro che il grande John Coltrane incise per l’etichetta impulse!
Nel 1961 John Coltrane approdava alla neonata etichetta impulse! Il grande sassofonista era reduce da album di notevole impatto (Giant Steps) e da un successo – anche commerciale – notevolissimo: quel My Favorite Things che aveva fatto del suo sax soprano uno dei “nuovi suoni” che avevano caratterizzato un anno di svolta per il jazz, il fatidico 1959. Qualcuno – anche a dispetto di evidenti indizi – ipotizzava una svolta, se non commerciale, quanto meno in direzione di musica più palatabile: un Coltrane in una qualche misura paragonabile al Paul Desmond con Dave Brubeck di “Take Five” (anno 1959 pure lui). Niente di più sbagliato. Il jazz stava ritornando alle sue radici. Per l’esordio su etichetta neroarancione – sotto gli auspici dell’allora direttore artistico Creed Taylor – Coltrane convocava un ensemble allargato, con due contrabbassi (Reginald Workman e Art Davis) ed una vasta sezione fiati arricchita da strumenti insoliti come euphonium, corni francesi e altro. Una big band jazz? No. È il brano “Africa” che più mise in subbuglio l’ambiente del jazz: qualcuno, persino spaventato, gridò all’”anti-jazz”. Oggi possiamo ridere di queste diatribe, ma l’ascolto ancora desta inquietudine: suoni evocativi di un’ambiente poco conosciuto, un pulsare dei contrabbassi (usati in modo anche poco convenzionale), il montare di una nuvola sonora minacciosa in cui in filigrana si coglie l’ugola del sassofono contralto di Eric Dolpy (responsabile dell’incredibile arrangiamento), l’irrompere del sax tenore del leader, il passaggio del testimone al piano di McCoy Tyner, tutti incalzati dall’urlo dell’ensemble. Insomma: era Africa. Ma evocata, non imitata: non ci sono percussionisti aggiunti, c’è il “solo” Elvin Jones farsi carico di danzare e travolgere con la sua prima sortita solistica di lunga durata; la quale termina con un rullio minaccioso a reintrodurre quella inquietante pulsazione dei bassi – che infine si spegne in un balbettio lontano, forse infinito… Completano, sulla facciata B, la tradizionale ballata britannica “Greensleves” (soggetta ad un trattamento “alla My Favorite Things”) ed un dinamico blues modale (“Blues Minor”). Splendidi, ma i sedici minuti della facciata A fecero la storia.
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Artisti:
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Supporto:Vinile LP
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Numero supporti:1
Disco 1
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