Belle lettere
Domenico Starnone continua a ritrarre magistralmente la nostra imperfezione e gli sforzi - titanici, buffi - che facciamo per nasconderla, soprattutto a noi stessi.
«La bugia piú articolata che ho inventato, e insieme la piú fragile, sono io».
Che guaio, l'immaginazione. Fa fare sempre passi smisurati, confonde le stagioni e i sentimenti, i fatti e le invenzioni. I protagonisti di questi racconti sono abituati a passare il tempo nella propria testa, lí dove la vita vissuta si dissolve in quella immaginaria. Sono bambini bugiardi e adolescenti torbidi, nonni che hanno raccontato troppe storie, scrittori o aspiranti tali, insegnanti con innumerevoli vocazioni, sceneggiatori dignitosamente invecchiati che si dimenticano di sé e si smarriscono dentro un'imbarazzante sconsideratezza. Domenico Starnone se ne va a spasso, elegante e beffardo, attraverso «il luogo buio che siamo», alla ricerca di quell'imprudenza che sempre, nonostante la vergogna, la vecchiaia, lo scontento, ci spinge a inventare, scrivere, volerci comunque vivi. Chi è abituato a mentire sa che il trucco per essere creduti è credere per primi alle proprie invenzioni. Non solo: occorre convincersi che la vita finta, se raccontata bene, può degnamente sostituire quella vera. Come il gatto di maiolica che rimpiazza un gatto reale in un racconto di Hemingway, immagine di cui Aldo - il protagonista di una delle tredici storie di questo libro - si serve da sempre per giustificare la sua indole bugiarda. Peccato che in quella metafora serbata con tanta cura ci sia una crepa destinata a ribaltarne il senso, mostrando quanto sono fragili le nostre certezze, e quanto la nostra vita somigli a un grottesco ininterrotto malinteso. Sono questi malintesi - o veri e propri autoinganni, nutriti dall'amore per le storie lette, tradotte, viste su uno schermo, inventate per gusto o per lavoro - il fuoco attorno a cui Starnone costruisce i racconti crudeli e struggenti diBelle lettere. Le idee, i desideri, i sentimenti, i ricordi e le parole che abbiamo amato affiorano a tradimento in una frase che ci sembra nostra, è nostra, una sintesi di ciò che veramente siamo, e saremmo pronti a scommetterci. Ma ogni scommessa che facciamo su noi stessi sembra persa in partenza. InAttesa un giovane studente irreprensibile ama credersi viaggiatore senza meta e pieno di brutti segreti. In Cioccolato un insegnante sente nel petto una ressa di minuscoli sé sconcertati, e però in classe li dimentica, e la vita, per qualche ora, si compatta, scorre felice. InDedica uno scrittore si ritrova faccia a faccia con una lettrice che sembra uscita dalla sua penna, o forse è lui che è troppo simile ai suoi personaggi. InUlrica un vecchio sceneggiatore quasi cieco agisce come se avesse ritrovato, tutti in una volta, la vista, l'ispirazione, il desiderio. Cosí sono spesso le donne, in questi racconti, a far saltare il gioco: sottraendosi al ruolo di personaggi da muovere perché la trama proceda, scompaginando le storie troppo facilmente archiviate nella memoria, rifiutandosi di nascondere il ribrezzo, la bruttezza, il ridicolo, negandosi o ricomparendo all'improvviso come un rimorso.
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Anno edizione:2026
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