Ho preso in mano questo romanzo di Lanzetta, proprio perché ne stavo leggendo un altro che mi annoiava a morte. Direi che sono stata ripagata proprio con quello che cercavo:ritmo incalzante, scrittura fluida, storia ben congeniata, personaggi interessanti e credibili, dialoghi veloci, suspence e colpi di scena. Tra l'altro, si notano delle solide basi di preparazione dell'autore nel trattare gli argomenti, che ho particolarmente apprezzato. Unico neo è che dura poco, perché si divora letteralmente; quindi, senza dilungarmi oltre, lo consiglio caldamente!
Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Le hanno tagliato la testa e l'hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall'assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell'estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita. Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di un tempo, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, portandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.
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Anno edizione:2018
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Lo si potrebbe circoscrivere, a grandi linee e in maniera riduttiva, alla categoria dei thriller psicologici, ma è fortemente intriso di un clima cupo, vacillante verso la spy story senza, fortunatamente, scadere mai nella retorica di genere, ma è anche, e più propriamente nel suo dipanarsi, un romanzo intenso e profondo, che spinge inevitabilmente il lettore a porsi delle domande anche sui lati oscuri del proprio percorso. Narrativamente sorprende il metodo tipicamente d’impronta americana contestualizzato ad un ambiente nostrano, non solo come una rilettura a specchio, ma con tutti gli elementi con cui potersi identificare. Il romanzo si chiude con quella sensazione di pieno e vuoto, di non completamente finito che spinge ad una ulteriore lettura, come a volerne svelare una probabile eventuale seconda chiave di lettura non percepita alla prima.
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Il buio dentro è la dimostrazione che un buon thriller non si produce solo oltreoceano. Mi è piaciuto soprattutto lo stile di Lanzetta, con sapienti tocchi che più che narrare mostrano (come dovrebbe essere) è riuscito a essere incisivo e allo stesso tempo trasmettere una sensazione di tenera malinconia. L’alternanza temporale stimola ancor di più la voglia di andare avanti nella lettura, e per un lettore vorace come me ha significato farlo fuori in un paio di sere. Ho ritrovato le mie amate atmosfere kinghiane. Credo che questo sia il manoscritto che ogni editore serio spera di trovare nella sua casella di posta, intanto io spero che ci sia presto un sequel
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