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Descrizione

«Si pensa sempre che queste cose succedano soltanto agli altri. Be', volete sapere una cosa? Può succedere a chiunque.»

«Una scrittura magistrale, personaggi straordinari, umorismo e dolcezza terranno i lettori incollati alle pagine»San Francisco Book Review

«Autentico e profondo»Booklist

«Necessario, divertente, pieno di umanità»The Independent

Felix ha tredici anni, e la sua casa non è come quella degli altri ragazzi: ha le ruote, è molto piccola, e non c'è mai molto da mangiare. Felix vive in un furgone. Ma è un segreto: nessuno lo sa, a parte lui e la sua mamma. Una vita difficile, vero? Vero. Ma Felix è intelligente, ha un piano e, soprattutto, ha un cuore grande. E quando il gioco si fa duro... gli amici veri sanno sempre cosa fare. Anche quando tu non vuoi. Età di lettura: da 11 anni.

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Dettagli

2020
10 settembre 2020
240 p., ill. , Rilegato
9788869666001
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Indice


Le prime frasi del romanzo

27 novembre, 00:05

Dondolavo le gambe avanti e indietro. Spostavo il peso sul sedere, prima a destra e poi a sinistra. Mi sudavano le mani e avevo il cuore a mille. «È il mio primo interrogatorio.»
«Ma questo non è mica un interrogatorio. Facciamo solo due chiacchiere.»
«E quindi registrerà tutto quello che dico?»
«Perché dovrei fare una cosa del genere?»
«In tv fanno così.»
«Ma qui non siamo in tv.»
Sentivo il freddo del metallo della sedia attraverso il pigiama. «Ma i poliziotti li guardano i polizieschi?»
«Certo.»
«Non è un po' come portarsi il lavoro a casa?»
Constable Lee mi ha sorriso. Aveva denti drittissimi. Il mio Spirito di Osservazione, detto anche S.d.O., mi ha fatto subito dedurre che veniva da una famiglia medioborghese, in grado di permettersi un ortodontista. Inoltre il mio S.d.O. mi suggeriva anche che fosse una buona forchetta: i bottoni della divisa le tiravano all'inverosimile.
«Non proprio» mi ha risposto. «Anzi, per noi è una sorta di evasione. E inveiamo contro la tv se vediamo qualche fesseria.»
«Tipo?»
«Tipo quando si mettono a registrare una chiacchierata come questa. Si registra soltanto in caso di reato o ipotesi di reato.»
«Quindi state registrando Astrid in questo momento?»
«Non posso rispondere.»
Oddio. Non mi capita tanto spesso di piangere, ma in quel momento mi sono reso conto che stavo per scoppiare in lacrime, di fronte a una poliziotta. E immagino se ne sia accorta anche lei, perché si è affrettata ad aggiungere: «Ma dubito».
Ho inspirato. Poi espirato. E subito dopo ho raddrizzato la schiena. Mi sono sforzato di darmi un'aria calma e dignitosa, pur sapendo che i miei riccioli biondi erano sparati in tutte le direzioni, visto che, fino a un attimo prima che le cose si mettessero male sul serio, ero a letto, per giunta con indosso il mio vecchissimo pigiama dei Minions, infantile e troppo piccolo. Constable Lee e i suoi colleghi non ci avevano dato il tempo di cambiarci. «Vorrei chiamare il mio avvocato» ho detto d'istinto.
«Fammi indovinare: anche questa l'hai sentita in tv.»
«Sì.»
«E ce l'hai un avvocato?»
«No. Ma ho diritto ad averne uno, giusto?»
«Sì, ma non ti serve. Non hai fatto niente di male.»
«Allora mi lascerà andare?»
«Direi di sì. Ma dove andresti?»
Mi è venuto subito in mente Dylan. E Winnie. Ma poi mi sono ricordato di aver detto loro che non li volevo mai più vedere in vita mia. «E i suoi colleghi ne avranno ancora per molto con Astrid?»
«No, tra poco avranno finito.» Mi ha puntato gli occhi addosso, facendo scattare la penna: aperta, chiusa, aperta, chiusa. «Posso chiederti come mai non la chiami "mamma"?»
«Dice che è un termine troppo gerarchico.» Per la centesima volta mi sono messo a scandagliare quella stanza enorme, piena di scrivanie e con qualche persona qua e là. E per la centesima volta non ho visto Astrid.
Andrà tutto bene, le ho detto con la sola forza del pensiero, visto che sostiene di ricevere tutti i messaggi che le mando con la telepatia. Non ci credo più tanto ma, viste le circostanze, valeva la pena fare un tentativo. «E per la cronaca» ho detto a Constable Lee, «Astrid è un genitore fantastico».
«Buono a sapersi.» Ha digitato qualcosa sulla tastiera del computer. «Ora ti farò un paio di domande, okay?»
«Okay.»
«Iniziamo dal tuo nome completo.»
«Felix Fredrik Knutsson.»
Lo ha scritto al computer. «Anni?»
«Tredici. Be', quasi. Dodici e tre quarti.»
«Il nome completo di tua madre?»
«Astrid Anna Knutsson.»
«Indirizzo?»
Mi sono guardato i piedi. Indossavo gli stivali da pioggia, senza calzini. Non c'era stato il tempo di cercarne un paio.
Constable Lee si è sporta verso di me. Aveva le spalle cascanti. Pessima postura. «Quando abbiamo preso la vostra chiamata stasera, Felix, sembrava che viveste entrambi lì.»
Oh, quanto avrei voluto che mia madre fosse con me. Avrebbe avuto subito pronta una spiegazione più che plausibile. Ma io non sono come lei. Non ho un talento innato per la manipolazione della verità.
Così ho continuato a fissare il pavimento.
Constable Lee ha ripreso a battere sulla tastiera, sebbene io non avessi detto una parola.
«Felix» mi ha chiamato con tono gentile. «Con me puoi parlare...»
«Ho fame.»
«Ma certo. Avrei dovuto chiedertelo io.» Si è alzata dalla scrivania sistemandosi i pantaloni sulla pancia. «Abbiamo solo roba da distributore automatico, eh. Spero vada bene. Allergie? Preferenze?»
«Nessuna allergia. Nessuna preferenza. Ma ho un debole per le cose al formaggio.»
Constable Lee si è incamminata lungo lo stanzone enorme. Io mi sono dato un'occhiata intorno. Un paio di poliziotti erano seduti alle loro scrivanie. Uno stava leggendo una rivista, mentre l'altro sonnecchiava.
Ho girato lo schermo del computer verso di me.
Quello aveva tutta l'aria di essere un rapporto ufficiale.

Nome: Felix Fredrik Knutsson
Età: 12
Genitore/Tutore legale: Astrid Anna Knutsson
Indirizzo: SFD


Sono piuttosto bravo con gli acronimi e quello, dato il contesto, l'ho risolto in un attimo.
Senza fissa dimora.
Mi sono sentito travolgere da un'ondata di terrore. Astrid mi aveva messo in guardia più e più volte: «Nessuno deve scoprire dove viviamo». E, fino a quella sera, avevo disobbedito a quella regola soltanto una volta.
La nostra copertura era saltata. Ho provato a ripetermi che non era colpa mia. Che non avevo avuto scelta. Che avevo dovuto per forza chiamare la polizia. Che se non l'avessi fatto, chissà come sarebbe andata a finire.
Eppure i cattivi erano riusciti a farla franca. E chi trattenevano alla centrale di polizia? Le vittime innocenti. Noi.
Due pacchetti di patatine al formaggio sono atterrati sulla scrivania davanti a me, insieme a una lattina di Coca-Cola. «Ficcanaso» ha commentato Constable Lee girando lo schermo del computer verso di lei.
«Sa che in inglese per dire ficcanaso si usa una parola latina? Quidnunc, si dice, e sa da dove viene? Da quid nunc, che significa "e quindi? E allora?" e sta a indicare una persona impertinente che fa un sacco di domande.» Stavo blaterando, lo sapevo, ma non potevo farci nulla.
«Sei un pozzo di scienza.»
«Mia madre dice che trattengo le informazioni come gli scoiattoli fanno con le ghiande.»
Constable Lee, intanto, ha aperto un pacchetto di patatine e se n'è infilata una in bocca. «Allora, ascoltami bene. Mi devi credere, se ti dico che sono qui per aiutarvi.»
Avrei tanto voluto crederle, davvero, ma continuavo a pensare alla mia mamma, che sbuffava come una ciminiera ogni volta che una volante della polizia ci passava accanto. E che diceva sempre: «Non ti fidare mai della divisa».
«Quale divisa?» le chiedevo sempre quando ero più piccolo.
«La divisa. È un modo di dire. Mi riferisco a tutti gli uomini e le donne che ne indossano una e quindi rappresentano l'autorità.»
Allora a Constable Lee ho risposto così: «Grazie. Ma non ci serve alcun aiuto».
«Davvero?»
«Davvero. Tra non molto ci trasferiremo.»
«Ah, sì? E dove?»
«Non lo so ancora. Ma sto per entrare in possesso di una discreta somma di denaro. Si tratterà soltanto di stabilire quanto, per l'esattezza.»
«Un'eredità?»
«No.»
«Una vendita di preziosi?»
«No.»
«Una rapina in banca?»
«Molto divertente. Ma no.»
«E da dove verrebbero tutti questi soldi, allora?»
«Un quiz televisivo.»
«Be', adesso sono io a essere curiosa. Dimmi di più.»
«Del quiz?»
Constable Lee si è messa comoda e ha allungato i piedi sulla scrivania. «Di tutto.»
Le ho scrutato a fondo il viso. Il mio S.d.O. mi diceva che era una brava persona. Magari se avesse saputo la verità, avrebbe capito che noi non avevamo fatto niente di male.
Così mi sono infilato in bocca una manciata di patatine.
E le ho raccontato tutta la verità, nient'altro che la verità.

Conosci l'autore

Susin Nielsen

1694

Susin Nielsen, di origini canadesi, ha lavorato come sceneggiatrice di popolari serie televisive (ha vinto per due volte il Canadian Screenwriter Award) prima di lanciarsi nel mondo dei libri per ragazzi. Tra i suoi romanzi pubblicati in Italia: Lo sfigato (Rizzoli, 2009), Caro George Clooney puoi sposare la mamma? (Il Castoro, 2014), Siamo tutti fatti di molecole (Il Castoro, 2015), Gli ottimisti muoiono prima (Il Castoro, 2017) e Una casa sulle ruote (Il Castoro, 2020).

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