Decisamente interessante questo debutto di Acelya Yonac, nata in Turchia (1978) e cresciuta tra Istanbul, Milano, New York. La trama narra infatti di una scrittrice nata in Turchia ma risiedente in Europa che torna per ricevere un premio letterario. Asena Bulut (questo il nome della protagonista) ha molti ricordi ma anche aspettative e dubbi. Da anni cerca notizie del fratello Erol (arrestato durante una manifestazione a Istanbul) e avrà la conferma dello scenario peggiore da un poeta decadente - Demet - che comunque le sarà di conforto nei pressi del luogo in cui sorgeva la sua casa natale. Il romanzo si dipana intorno al nodo cruciale della identità, specie femminile. Si parla delle donne ottomane e del confronto serrato con le tradizioni musulmane. L'intervistatrice che dialoga con la protagonista (pregevole il cambio di io narrante) la ammira per le sue capacità artistiche ma non la segue sui suoi distinguo comportamentali. Una frase, verso la fine del romanzo, rende in modo straordinariamente efficace e sintetico il senso della questione (pag. 147): "Non creare il passato sui ricordi e scambiare i ricordi per radici". Asena tornerà in Europa con alcune certezze (il destino del fratello) ma con molte perplessità, specie in tema del ruolo della donna. Si sente profondamente legata alla terra d'origine ma non riesce a condividere il modello sociale. Il romanzo si snoda tra qualche difficoltà per i cambi di registro narrativi, ma alla fine prevale il fascino dell'atmosfera, del percorso a ritroso, delle sensazioni tattili (il profumo e il sapore della melocotogna), dei colori e le essenze del Bosforo, della presenza dei gatti (specie di una gatta nera senza una zampa). Interessante poi l'espediente (lettere/email alla casa editrice) che Yonac utilizza per introdurre brevi storie di personaggi (maschili e femminili) che, collegandosi alla tradizione orale, ripropongono i temi identitari. Una voce nuova che merita attenzione.
La casa turca
A guardarla dall’alto, Istanbul, che un tempo era casa sua, sembra intrappolata in una muraglia di grattacieli – il lungomare sul Bosforo ha cambiato volto. Sono venticinque anni che Asena Bulut non torna, e non è sicura di che cosa troverà una volta scesa dall’aereo. In mano ha due passaporti, le sue due vite, il passato nella casa del melocotogno e il presente da affermata scrittrice occidentale. Sul cuore ha il peso di un’assenza, quella di suo fratello, giornalista attivista di cui nessuno ha più notizie dal suo ritorno in Turchia. È un maggio anomalo, quello, sotto una coltre di neve e invaso dai gatti neri, e Asena si scopre straniera nella città dove ha aperto per la prima volta gli occhi, non solo per gli abiti che porta. Non può confessare a nessuno che il vero motivo del suo viaggio non è ritirare quel premio letterario, giunto come una sorpresa e diventato poi pretesto. Ad attenderla per un’intervista c’è Azra, una giornalista col capo coperto, stessa età stessa lingua, a un mondo di distanza da lei. Ad attendere Asena ci sono anche le strade di Istanbul, in cui perdersi per cercare un’identità che le scivola tra le dita, per ricucire lo strappo delle due vite e affrontare a viso aperto i suoi fantasmi. In questo esordio struggente e poetico, Açelya Yönaç celebra la sua terra d’origine dalle molte anime, opposte ma vicine come le sponde del Bosforo, il guado dove secondo la leggenda vanno a infrangersi i sogni. «Se prendi un albero e lo sradichi dalla sua terra per portarlo in un’altra, l’albero non darà più frutti. E se per ostinazione li dà, non saranno mai dolci».
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Lingua:Italiano
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Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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MaRiofreddo 17 luglio 2026SAPORE DI AYVA - MELOCOTOGNA
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Cataneo 10 luglio 2026Uno sguardo sensibile e acccorato su un paese difficile
Nella Casa Turca, ho ritrovato tutte le mie contradditorie sensazioni riguardo a Istanbul, che ho viistato più volte nel corso dei decenni. Nel libro vengono lasciate cadere tessere di un mosaico complesso, ma il disegno è chiaro. C'è poesia nel racconto, c'è disperazione, c'è speranza. In fondo c'è la battaglia per poter intendere la vita come vogliamo. Giusto o sbagliato il voler trovare la propria strada è un diritto, troppe volte negato. Con sensibilità e profondità l'autrice delinea il profondo conflitto che lacera le due figure femminili. Chi ha lasciato il paese torna con un senso di divisione e di dolore, chi nel paese è rimasto si aggrappa a un'identità che comunque sta stretta anche se non lo vuole ammettere.
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