Cinque giorni a Teheran
È un racconto costruito per “tracce” (“tracce mnestiche”, giustamente), in cui l’io cerca di ricostruire attraverso frammenti di memoria la vita e il passato, sforzandosi di dare un volto, oltre che alla propria inquietudine, alla propria esperienza fatta di impressioni e ricordi, che possono essere ricondotti tutti a un bisogno essenziale, quello che Lacan chiama “una domanda d’amore” (amore di sé e dell'Altro). Il risultato è quanto mai interessante: la narrazione, anche grazie al suo andamento formale e strutturale, diventa progressivamente più avvincente man mano che si avvicina verso la fine, verso quel “qualcosa di nuovo”, che costituisce l’obiettivo della ricerca dell’autrice, ossia la figura del Padre, che incarna più che un principio di autorità il riconoscimento di sé, cui fa da contraltare il progressivo delinearsi del profilo del fantasma della Madre (l’autrice lo chiama la “presenza-assenza”). È nel sovrapporsi e fondersi di queste due figure fondanti dell’Immaginario, che si svolge la peripezia della protagonista, il viaggio a Teheran, alla “ricerca di un senso” quale antidoto al trauma della solitudine.
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Anno edizione:2025
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