Busken è un anziano misantropo che, dopo un incidente domestico, finisce in una casa di cura nella quale si ritrova improvvisamente trasformato in un “cliente”. Costretto a una vita che rifiuta e circondato da persone che considera dei carcerieri, decide di smettere di parlare. Per chi gli sta intorno, Busken è un anziano affetto da demenza, incapace di comunicare e di comprendere. Nella sua mente, è tutto il contrario. Osserva, giudica tutti e costruisce un monologo interiore inarrestabile, nel quale realtà, ricordi e invenzioni finiscono per confondersi. Ed è qui che sta una delle parti più interessanti del romanzo: non sappiamo mai fino a che punto possiamo fidarci di lui. Busken sostiene di essere stato neurochirurgo, ingegnere e poeta. È davvero l’uomo colto e brillante che racconta di essere, oppure siamo dentro la mente di qualcuno che sta progressivamente perdendo il contatto con la realtà? Il linguaggio è il vero protagonista del libro: Busken storpia le parole, ne inventa di nuove, ridicolizza il lessico. Più il suo corpo perde autonomia, più sembra aggrapparsi alle parole come all’ultimo spazio in cui poter essere ancora libero. Oltre all’ironia e allo humour nero, affiorano gradualmente ricordi d’infanzia, frammenti del passato e, soprattutto, una profonda solitudine. Il romanzo è divertente e amaro allo stesso tempo. Si ride delle invettive di Busken, della sua arroganza, ma sotto quella comicità rimangono la paura della decadenza, il bisogno di essere ancora riconosciuti come individui e il terrore di diventare soltanto un corpo da accudire. La scrittura è l’elemento che può far amare oppure detestare questo libro. È esuberante, insolente, pieno di deviazioni: o si entra nel suo meccanismo, oppure se ne rimane inevitabilmente respinti. Più Busken diventa inaffidabile, più le sue parole si fanno vitali e incontrollabili. Un libro feroce e malinconico che, dietro il cinismo, conserva una piccola e testarda forma di resistenza.
Il cliente Busken
Vincitore del Premio Libris, Il cliente Busken è il grande romanzo testamento di uno dei più importanti autori olandesi contemporanei, una denuncia feroce e a tratti spassosa contro la brutalità della vecchiaia e del decadimento fisico e mentale.
Misantropo, mitomane, dipendente da alcol e sigarette, Busken si ritrova di colpo «cliente» di Villa Madeleine, ovvero intrappolato in una casa di cura dove ogni cosa viene rinominata secondo le mode del politicamente corretto, costretto a vivere con «vecchi rincitrulliti» e «carcerieri» che lo trattano come un bambino. Lui che a suo dire è un esimio latinista, neurochirurgo, ingegnere robotico, sommo poeta che redige i suoi trattati in un codice segreto su vecchi rotoli di carta da fax, quando i medici lo ritengono un semplice ex impiegato affetto da demenza. In un estremo atto di protesta Busken si è chiuso in un silenzio impenetrabile, fingendosi incapace di intendere e di volere, mentre dentro di lui le parole ribollono e scorrono a fiumi. Con un acume sorprendente, uno spietato humour nero e un selvaggio estro letterario, giocando beffardo con le nebbie sempre più fitte della sua coscienza e i problemi agli occhi che gli fanno vedere il mondo blu, Busken registra tutto ciò che accade, riflette sulla vita e la vecchiaia, commenta i medici e gli altri pazienti in provocatorie parodie della contemporaneità. E rievoca ricordi di un’infanzia senza amore e di una madre gelida e ostile che ha segnato la sua tormentosa esistenza nell’ombra, asserragliata dietro libri e fantasticherie, in costante fuga dal dolore, dalla paura, dal mondo. Opera spassosa e struggente, di una poesia sanguigna e amara, definita «un monumento eretto alla lingua», Il cliente Busken è l’atto di resistenza di un uomo al proprio tramonto e a quello di un’intera epoca culturale, un romanzo in cui risuona il Novecento di Joyce, Proust, Svevo, Canetti.
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Anno edizione:2024
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Pagine_e_inchiostro 11 settembre 2026Il cliente Busken
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ANDREA 30 dicembre 2024Il mondo secondo Busken
Nella terza di copertina si legge che quest’opera, ultimo romanzo dello scrittore olandese Brouwers, ne rappresenta il testamento letterario. Dopo averlo letto, si è tentati di pensare che, più che un testamento, si tratti di una resa dei conti, in cui il protagonista, Busken, anch’egli giunto alla fine dell’esistenza, pone in essere un ultimo, estremo atto di ribellione verso il mondo, gli uomini e la vita. E.Busken, divenuto fisicamente inabile a seguito di un incidente domestico, si ritrova ad essere un cliente, ossia paziente, della casa di cura Villa Madeleine, ove viene assistito suo malgrado dal personale “sorveglianterapeutassistente”. Potendo stare solo seduto o sdraiato, chiuso in un mutismo assoluto, che viene scambiato per demenza, Busken osserva, registra, commenta, azioni e parole di tutti coloro con cui entra in contatto, membri del personale e ospiti della casa di cura. Nel fare ciò, inscena un monologo torrenziale, in cui la realtà viene di continuo trasformata dalle stesse parole con cui è descritta. Alla manipolazione verbale si affiancano i ricordi di infanzia, dominati dalla figura della madre, fonte di vita e di dolore, con una modalità che in parte ricorda la memoria di matrice proustiana, il cui simbolo peraltro è evocato nello stesso nome della casa di cura. Sono pagine in cui il risentimento di Busken emerge con più forza. È in fondo il ritratto di un uomo in fuga dal mondo, da sé stesso, dalla vecchiaia e dalle sue miserie, al quale non rimane altro che aggrapparsi al linguaggio, utilizzato con una tale sovrana libertà, da produrre effetti quasi catartici. Quest’opera infatti, pervasa da un humour amaro e beffardo, è anche uno stupefacente tour de force letterario, reso ottimamente dai traduttori, che non hanno lesinato in fatto di creatività nel cercare di rendere in italiano quelle che devono essere state delle vere e proprie acrobazie linguistiche dell’autore olandese. Chapeau a Brouwers e ai traduttori.
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Barbazuk 01 aprile 2024
Questo libro è la trasposizione di un flusso di coscienza ininterrotto, lo sbobinamento dei pensieri che incessantemente si presentano alla mente senza filtri. Un lavoro davvero originale , anche se per certi versi, crudele. Una menzione va fatta al lavoro dei traduttori che hanno saputo rendere fruibile l'affastellarsi dei concetti e delle forme sintattiche così insolite. Notevoli tutti, si meritano il massimo dei riconoscimenti.
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