Epepe è uno di quei libri che ti lasciano addosso una sensazione strana: irritazione, fascino, disagio e ammirazione convivono continuamente durante la lettura. Non è un romanzo facile, né particolarmente “accogliente”. A tratti si trascina quasi per inerzia, e sinceramente credo abbia almeno un centinaio di pagine di troppo. Però sarebbe ingiusto liquidarlo come un brutto libro, perché l’idea alla base è straordinaria. La trama è semplice e potentissima: Budai, un linguista che conosce moltissime lingue, prende per errore un aereo sbagliato e si ritrova in una gigantesca città sconosciuta dove nessuno parla una lingua comprensibile. Nessuno. E proprio lui, esperto di comunicazione, diventa improvvisamente incapace di comunicare. Il romanzo funziona soprattutto nell’atmosfera: file interminabili, masse umane soffocanti, caos urbano, anonimato, alienazione. Sembra una puntata de Ai confini della realtà scritta da Kafka sotto anfetamine. Il senso di smarrimento del protagonista diventa quasi fisico anche per il lettore. Il problema è che Budai, andando avanti, commette errori talmente illogici da generare rabbia. Possibile che un linguista non pensi di cercare libri illustrati, fumetti o testi per bambini per decifrare almeno le basi della lingua? A volte sembra quasi regredire invece di adattarsi. Però bisogna considerare una cosa fondamentale: il romanzo uscì originariamente a puntate settimanali. E allora molte lentezze diventano più comprensibili, proprio come accade nelle serie TV moderne con episodi “di transizione”. Il cuore del libro resta attualissimo. L’incomunicabilità, la sovrappopolazione, l’indifferenza collettiva, l’egoismo sociale: temi impressionanti se si pensa che il romanzo è del 1969. In questo senso Karinthy è stato quasi profetico. Libro imperfetto, frustrante e a tratti sfiancante… ma anche terribilmente intelligente. Da leggere con pazienza. E magari con un thermos di caffè accanto.
Epepe
Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi.
Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri - e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche - chi può dirlo? - Bebe o Tetete.
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Anno edizione:2015
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ANDRICCI 28 maggio 2026Epepe: il capolavoro incompiuto dell’incomunicabilità
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Un professore di Linguistica di nome Dubai si sta recando ad Helsinki per un congresso, ma all'aeroporto di Budapest sbaglia uscita e si ritrova in un posto ignoto, e da quel momento sarà una continua corsa contro il tempo, il destino, la malasorte, un continuo tentativo di andarsene da quel luogo. Si avverte l'urgenza dell'azione, il cuore in gola e l'angoscia ad ogni pagina ad ogni riga, uno scontro fisico e verbale , una stanchezza perenne delle membra, eppure.. Dubai non si da per vinto. L'incomunicabilità dalla quale è attorniato e isolato come se ci fosse un velo insonorizzato fra lui e gli altri e dalla quale pare non ci sia via d'uscita, lo plasma, in un processo lento, ma inesorabile. La sopravvivenza che è insita in ogni essere umano scalcia per prendere il comando della situazione, e così, mediante un processo di adattamento Dubai si allinea all'ambiente circostante. Il bisogno quasi doloroso di sentirsi parte di qualcosa, anche se piccolo, anche di una speranza, un cenno, di una sorta di legame, quel tanto che basta per non sentirsi un puntino sperso nell'universo, lo fa avvicinare a Epepe, la ragazza addetta all'ascensore dell'albergo. Le certezze di Dubai incominciano a sgretolarsi, portando alla trasformazione dell'io. Credo che il punto nodale del racconto, tra l'altro molto scorrevole, sia proprio da cercare nelle azioni e nei processi mentali che l'essere umano adopera per trovare una soluzione e una motivazione a ciò che di terribile o di imprevisto potrebbe capitargli nella vita. Ed è proprio quando nel lasciare che le cose vadano come devono andare, proprio quando Dubai si appropria del destino senza subirlo più, ma cercando di farne parte, ecco che avviene la svolta. Il finale del libro potrebbe sembrare precipitoso , ma credo invece che il messaggio sia ben chiaro. E' proprio quando siamo pronti ad aprirci, ad accogliere e a seguire gli indizi che la vita ci offre, che avviene il cambiamento, e in quel preciso istante in cui credi di esserti arreso, in realtà è il momento in cui ti sei realmente messo in contatto con l'universo.
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Può essere classificato come distopico questo romanzo in cui, come riporta la trama, un rinomato linguista finisce per sbaglio in una città la cui lingua gli è incomprensibile, nonostante tutte quelle che conosce. All'inizio la storia assomiglia a quegli incubi in cui non riusciamo a tornare a casa, o sbagliamo a fare una telefonata, ma più va avanti, l'angoscia del protagonista da incubo, da materia letteraria, si infiltra nella nostra realtà. La folla, le code non sembrano quelle in cui rimaniamo imbottigliati nei nostri giorni di vacanza? E il cibo sempre con lo stesso retrogusto dolciastro, da monomarca sovietica inizia ad assomigliare alla finta diversità delle multinazionali. MacDonald in tutto il mondo. Alienazione, quindi, fra le persone, nelle città, sconfinate, palazzi su palazzi. Fa un po' paura. Da leggere perché le vere distopie sono queste che fanno pensare ai difetti e agli incubi del presente.
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