In queste pagine si va, con un balzo felino, dal gatto misterioso, angelo e sfinge, di Baudelaire, alla gatta plebea di Contadini, familiare coi malanni, la malasorte, fatalmente e teneramente comica nella sua felice impudenza; e tra questi due poli, tra il gatto della mente e il gatto della carne, si muovono le altre figure di una animata galleria in cui umanità e "gattità" si mischiano, s'intrecciano, braccia e zampe, in una solitudine confortata, come Charles Cros e il suo gattarello nero; o si dilettano, in finte zuffe, la mano bianca e la bianca zampetta, la donna e la gatta di Verlaine... È la quotidianità condivisa, fatta di appuntamenti ai pasti, corse, guizzi tra le gambe - solo rammemorata nell'epitimbio "classico" di Hemingway per Crazy Christian, "che non visse abbastanza per fare l'amore" -, di solitarie scorribande e sonore baruffe, negli scorci fulminei di Sinisgalli, e di tutte le care pose, miti o irruenti, così come sono colte nei versi di Palmery e Albisani, alle prese con gatti guerrieri, gatte inquiete, finché non sono più che forme serpentine anellate nel sonno, sognanti.
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