Genitivo
Fabrizio Miliucci in Genitivo, sua terza prova poetica, scorpora l’io sensoriale tramite un lavoro di destrutturazione e disgregamento tra la lingua pensata e quella semi-automatica, quasi fossero l’una il sembiante dell'altra, generando perciò una specie di poesia “involontaria”, ovvero poesia che si ricrea autonomamente nei punti di incontro tra volontà autoriale e quella ricercata necessità del non detto che nello svelarsi genera una catarsi, catarsi che qui prova a traumatizzare e al tempo stesso neutralizzare sulla pagina qualsivoglia codice emozionale. Procedendo così a strappi tra sistemi prosastici e cortocircuiti sintattici, volutamente in continua dissonanza tra loro, la lingua di Miliucci regala al lettore un libro conturbante, paradossalmente umanista e al contempo glaciale, giacché l’originalità di questo lavoro sta proprio in quella sua riprogrammazione sistemica di un discorso personale che prova a farsi civile sperimentando più la pratica della dissolvenza che l’edificazione di un sentimento.
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Anno edizione:2026
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