La grande risata - Luciano Montaguti - copertina
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La grande risata
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20 dicembre 2010
266 p.
9788865980163

Valutazioni e recensioni

  • Emilio Pasquini: I ricordi felici di Luciano Montaguti Luciano Montaguti, avvocato del Foro bolognese, ha pubblicato nel 1999 il suo primo romanzo, La cambiale di Eutimio, che ho avuto il piacere di presentare. Con Lagrande risata è alla sua seconda opera di narrativa. La struttura del romanzo, ritmata in tre parti, è salda. Nelle prime 80 pagine, aperte da epigrafi del persicetano Giulio Cesare Croce, si parla della nascita del protagonista Giovanni Casoni e della sua famiglia, con il relativo ventaglio di racconti domestici, e si conclude nel ’45 con la ritirata dei tedeschi dall’Italia. Nella seconda parte, che reca il sottotitolo L’età di mezzo, il paese, l’amore, al centro sta il difficile dopoguer-ra fra la campagna e il paesone di San Giovanni in Persiceto. Il terzo segmento (Lavita meravigliosa, ragguaglio sulle memorie, i sogni stanchi) è centrato sulla condizione dell’uomo maturo che si avvia alla vecchiaia. Non possiamo qui seguire gli andirivieni di anni così pieni di eventi, fra micro e macrostoria; preferiamo invece fermarci a certi snodi della plurivocità romanzesca: la conquista dell’acqua corrente nella voce di Viola e le voci dei militi fascisti che fanno trangugiare a Gustén l’olio di ricino; l’uscita dal campanile e le esperienze americane nel lungo referto di Ulisse; le godibili rivelazioni, al caffè, del carabiniere Delfo addetto alla protezione della famiglia Mussolini; la voce di Vitaliana di fronte alla salma del marito Radamès, che in vita era stato un formidabile buontempone…. Qui, certi fatti e certi nomi (come Viserbella) funzionano da madeleines per la generazione del sottoscritto, che è la stessa dell’autore, con quell’entrare a vele spiegate nel circuito della grande storia partendo da una “sottostoria” di paese. Come in ogni romanzo autobiografico che si rispetti, poco alla volta la voce del protagonista viene a identificarsi con quella dell’autore, attraverso una serie di indizi convergenti. I toni finali, archiviata la consueta ilare bonomia (alla Yorick, per intenderci) sono smorzati, carichi della saggezza pensosa dell’incipiente vecchiaia. Conclude Montaguti: “La ragione di questo strabiliante romanzo non è quella di lanciare un qualsivoglia messaggio e neppure di puntare un po’ al cuore per suscitare romantiche commozioni parlando di amore e di dolore, ma solo del comunissimo desiderio che prende, quando i giorni cominciano ad inseguirti, e comincia la triste liquidazione del passato, di fermare un po’ il tempo, di ritornare a qualcuno o a qualcosa che si è quasi dimenticato e che sembra fuggire”. (Emilio Pasquini)

  • Carlo D’Adamo: Luciano Montaguti e il bar di Astorrino. Cosa faranno mai nel bar di Astorrino negli Anni del Duce i personaggi che animano le pagine di Luciano Montaguti? Fanno quello che in campagna fanno i contadini di sera radunandosi nel calore della stalla: raccontano e ascoltano storie. L’autore si serve di questi narratori per mettere in scena attraverso di loro le vicende del paese e quelle del Paese più grande, la piccola cronaca e la grande storia. Gli avventori del bar di Astorrino rappresentano in qualche misura lo scrittore, come tanti alter ego della sua personalità polimorfa, e il bar è il luogo privilegiato da cui si osserva il mondo intero. Passano i lustri, iniziano e finiscono le guerre, iniziano e finiscono gli Anni del Duce, e i nostri personaggi, invecchiati, arrugginiti, incanutiti, riprendono a narrare le storie interrotte. La seconda guerra mondiale è stata solo una parentesi, la narrazione continua. Ma gli avventori invecchiano, inevitabilmente, e un nuovo argomento diventa di frequente oggetto delle loro storie: il declino fisico e la perdita della potenza sessuale, chiave di lettura del mondo. Tutto il mondo precipita verso l’inevitabile fine, anche se dal bar tutto sembra essere sotto controllo. Ascoltare e raccontare, a ben vedere, serve a fermare il declino del tempo e a esorcizzare il presagio della fine, senza fare tragedie, ma ingannando l’attesa con l’ironia dei discorsi, la stessa ironia che l’autore riversa su se stesso e il suo mondo. È l’autore l’unico a tenere in mano il filo oscillante della trama e il senso compiuto delle tante storie. È Montaguti, personaggio invisibile sempre presente, l’ultimo ad uscire dal bar di Astorrino e a tirare giù la serranda, senza fare rumore, delicatamente. La leggerezza è la cifra stilistica de “La grande risata”. (Carlo D’Adamo)

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