Ho avuto la fortuna di incontrare Sorj Chalandon a Venezia dove teneva una conferenza proprio nel giorno in cui usciva nelle librerie Il libro di Kells, che e’ praticamente la storia della sua vita dal momento in cui, appena diciassettenne, se ne va via di casa e da Lione approda a Parigi, fino a quando, dopo tre anni e mezzo e dopo tante avventure e disavventure, approda al giornale Liberation. Che dire? Durante la conferenza Chalandon ci parlo’ di se e della sua esperienza di vita senza nascondere nulla, quasi come un atto liberatorio. Ma leggere di questo ragazzino che la stessa madre spinge a lasciare la casa con solo uno zaino e in biglietto da 100 franchi in tasca, per fuggire dall’Altro (non usa mai la parola Padre), leggere di tutto quello che ha dovuto affrontare e della forza con cui l’ha affrontato, e’ un’altra cosa. Impariamo cosa sia il vivere per strada in estate e nei rigidi inverni del nord della Francia, cosa sia la fame, la sporcizia, l’umiliazione, l’elemosinare, il sentirsi diverso e sempre in pericolo, gli incontri belli e brutti, le disavventure, lo smarrimento e la disperazione, il desiderio di tornare alla vita di prima, pur se tragicamente infelice. E poi c’e’ il riscatto. L’incontro con i gruppi di lotta studentesca e operaia (siamo nel ‘68) e l’adesione a un’ideologia che e’ in parte sentita e in parte una contrapposizione a tutto cio’ che era l’Altro. Il bisogno di aiutare, di sentirsi parte di un gruppo, di essere cio’ che in effetti era sempre stato: un bravo ragazzo, dotato di una sensibilità fuori dal comune. Alcuni capitoli mi hanno particolarmente toccato, come quello in cui ripensa alla madre e a tutto cio’ che nell’infanzia avrebbe dovuto esserci e non c’è stato, e quello in cui descrive l’emozione di stringere fra le mani le prime chiavi di casa della sua vita. E’ un libro bello (anche istruttivo) ma non facile da affrontare, proprio perché storia vera e personale, descritta senza distacco e con grande sensibilità, e per la sofferenza che contiene. Ma tutto il racconto trasuda forza, tenacia, capacità di riscattarsi e di riuscire… che e’ cio’ che poi realmente succede in una vita che in definitiva l’autore, anche come inviato di guerra, dedicherà sempre agli indifesi. Ne consiglio la lettura.
Il libro di Kells
«Tieni, prendi questi, ne avrai bisogno.» Sua madre ha tra le mani cento franchi e si guarda intorno spaventata dalla possibilità che l’Altro, come Georges chiama il padre, il «torturatore» da cui sta scappando, li scopra. Con quest’unica banconota, un sacco a pelo e uno zaino, il ragazzo lascia Lione sognando di raggiungere Katmandu. Ha solo diciassette anni. La sua fuga si ferma però a Parigi, una città che se ti prende, ti tiene: lì si ritrova per strada, a dormire nelle cantine delle case, sotto i ponti o sulle panchine, e trascorre un anno nella miseria. Per sopravvivere ha bisogno di una nuova identità e sceglie di farsi chiamare Kells, dal titolo del capolavoro della miniatura medievale irlandese di cui custodisce un’illustrazione come fosse un tesoro. Sono gli anni Settanta, un’epoca violenta ma carica di speranza, quella di Angela Davis, degli hippy, delle lotte operaie, del Vietnam e dei movimenti indipendentisti. A toglierlo dalla strada è l’incontro con alcuni militanti della sinistra proletaria, che lo accolgono tra le loro fila, offrendogli un tetto e un’istruzione. Con loro Kells fa dell’impegno politico il suo nuovo credo, che spesso significa scontrarsi con la polizia e i gruppi di estrema destra. Intanto scopre il teatro, il cinema, la letteratura e sopra ogni cosa il valore della solidarietà: tutto ciò che il padre, razzista e antisemita, non gli ha mai insegnato. Cosa accade, però, quando gli ideali crollano e i legami si spezzano? Una tragica vicenda metterà tutto in discussione, e Kells sarà costretto ancora una volta a scegliere quale via percorrere.
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LuisaF 15 aprile 2026Una storia vera di dolore e riscatto
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