L'opera da tre soldi di Brecht
«È questo che mi aspetto dal teatro: che il pubblico ci ami e ci applauda, e allo stesso tempo non sia affatto d'accordo su tutto ciò che vede in palcoscenico.» Poche frasi dicono con altrettanta precisione che cosa Giorgio Strehler abbia cercato per oltre trent'anni in Bertolt Brecht e in uno dei suoi titoli più noti, L'opera da tre soldi. Un confronto che si accende nel 1956, alla prima messa in scena italiana al Piccolo Teatro, con lo scrittore tedesco presente in sala, illuminando in modo inedito le contraddizioni e le ipocrisie della società. Con quella rivoluzionaria rappresentazione, Strehler riesce a portare in Italia un'idea di teatro che non cerca di consolare o pacificare lo spettatore, ma anzi lo costringe a pensare. Un teatro che programmaticamente ambisce ad attrarre e allo stesso tempo contrariare il pubblico, tenendolo in uno stato di piacere inquieto, in cui la bellezza e il dissenso si alimentano vicendevolmente. Questa raccolta di note di regia, lettere, riflessioni, ricordi, dichiarazioni di Strehler è una sorta di archivio in movimento del rapporto tra interprete e drammaturgia: l'occasione di osservare da vicino il grande regista nel confronto con i problemi quotidiani della realizzazione di uno spettacolo - la traduzione, la musica, la recitazione, il passaggio del naturalismo al teatro epico - e con i grandi interrogativi sul senso stesso del fare teatro. Di allestimento in allestimento, dal 1956 al 1986, Strehler continua a interrogarsi, sondando ancora e ancora L'opera per farne emergere ogni volta l'attualità, senza chiuderla in una forma acquisita. Ciò che resta di questo lungo corpo a corpo intellettuale è un modo di porsi di fronte al testo teatrale, con la consapevolezza che il proprio mestiere «è scritto sull'acqua», e che il teatro rimane vivo solo se accetta, sera dopo sera, di ricominciare.
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Anno edizione:2026
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