Probabilmente qualcosa in me non risponde, ma questa raccolta di racconti di Lydia Davis non mi ha suscitato che una pallida ombra dell'entusiasmo corale manifestato per questa autrice, di là e di qua dell'Atlantico. Non nego affatto che la Davis (particolare curioso: è stata la prima moglie di Paul Auster) sia una maestra di stile e abbia una straordinaria padronanza del linguaggio; e senza dubbio i suoi racconti sono particolarmente originali. Ma, forse proprio per questo, troppo spesso non riescono a avvincermi, a farmi sentire partecipe, o coinvolto, o assorto... Troppo spesso mi sembra di assistere a qualcosa di sperimentale, di volutamente e deliberatamente costruito - "adesso ti faccio vedere di cosa sono capace" oppure "vediamo come riesce raccontandolo a questo modo" - per cui le emozioni rimangono in disparte, dormienti. Molto spesso il racconto "in presa diretta" - la cronaca "in tempo reale", come si dice, di ciò che il protagonista fa, pensa, dice - mi tiene miglia lontano dalla storia, anziché immergermi in essa. Per non dire, poi, dell'impressione decisamente negativa che mi ha suscitato l'infrazione - deliberatamente voluta, sia chiaro, non certo una svista in una scrittrice come la Davis - della massima delle massime della narrativa: "mostrare, non dire". Sono in tutto otto su trentatré i racconti che mi sono piaciuti, alcuni anche molto. E sono appunto i racconti in cui la ricerca degli effetti, la sperimentazione, la novità dei modi, lo stile della prosa - non di rado incline al linguaggio poetico, essendo la Davis anche affermata poetessa - risultano pienamente funzionali, a mio personale giudizio, alla narrazione della storia e non debordano in esercizi di stile; interessanti quanto si voglia, ma freddi. Jonathan Franzen - tra gli scrittori miei preferiti - ha definito la Davis una "maga dell'auto-consapevolezza": lo sarà senz'altro, ma purtroppo, per quel che mi riguarda, non sono stato mai un fan dei giochi di prestigio...
Uscita negli Stati Uniti nel 1986, si tratta della raccolta d'esordio della scrittrice americana, considerata un gioiello di acume e ironia che le è valso l'appellativo di "virtuosa americana del racconto". Trentatré storie, ritratti, impressioni, a volte aforismi, con cui Lydia Davis, come una sorta di Woody Allen al femminile, ci parla dell'anima più sottile e ossessiva delle donne, descrivendo con precisione chirurgica le minuscole attenzioni, la sensibilità e i gesti puramente femminili che gli uomini forse non potranno mai cogliere. Un libro in codice per donne in cui il maschile è più che altro un interrogativo, qualcosa che si continua a cercare come senso, prima ancora che come uomo.
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CARLO TURCO 19 settembre 2010
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