Da quando Raymond Carver ha fatto irruzione nel mondo delle short stories la produzione di racconti degli scrittori statunitensi - almeno della maggioranza di quelli che vengono tradotti in Italia - è stereotipata. Plasmati dall'esempio del precursore, dal cinismo mercatista di editor e case editrici, dalle regole impartite dalle scuole di scrittura, questi racconti appaiono sempre più spesso come varianti di un originale. E' il mercato bellezza. Le voci degli autori si differenziano poco per incontrare il gusto prevalente dei lettori. Non è un gusto medio perchè la qualità è comunque alta, ma lo diventa se indotto alla ripetizione. David Means è una delle eccezioni, e leggerlo la prima volta è una felicità. La sua scrittura rende il contrasto tra l'idea di quello che ci aspettiamo dalla vita e il pasticcio che troppo spesso invece ne scaturisce talmente vivido da pensare, ok, la vita produce un sacco di spazzatura a cui diamo benevolmente il nome di esperienza, sole per il nostro futuro, l'esperienza che col tempo tirerà fuori il meglio che c'è in noi, ma può anche essere che non serva a nulla e che ci lasci nei pasticci per sempre. Che è esattamente dove si trovano i personaggi dei racconti di Means. Caos e destino all'opera. Incontri. Fatti decisivi che si producono da varianti minime e imprevedibili. Sbandati, vagabondi, rapinatori, tossici ma anche studenti di teologia, impiegate, padri, ispettori di polizia, uomini e donne comuni. New York o gli Stati tra le due coste (Nebraska, Oklahoma, Michigan). La scrittura di Means stupisce. Stupisce la varietà narrativa, la velocità di passaggio da un punto di vista all'altro. Stupisce il modo nuovo e imprevisto col quale Means, come una luce che cade per la prima volta sul mondo, isola e mostra dettagli, particolari che non avevamo e non avremmo mai notato. Stupisce l'estetica iperreale e allucinata che li accende e li fa tremare. Stupisce l'esattezza di quello di cui Means parla senza nominarlo. Stupisce che sia poco noto. Piacerebbe ai lettori di David Foster Wallace e a quelli di Faulkner. E a chiunque ama incontrare una scrittura che si muove sulla pagina come fosse carica di elettricità, una scrittura da inseguire. Se tutto è già stato scritto è vero anche che tutto può ancora essere riscritto in modo diverso. "L'incendio doloso è troppo in basso sulla scala, sta in fondo al totem del crimine, porca puttana. Quello è stato un atto divino, noi non c'entriamo niente. Anche il miglior piromane dipende troppo dal capriccio degli elementi. Cos'è in cima? dissi. E lui disse: Cosa c'è in cima?, storcendo la faccia, passandosi le dita tra i peli della barba e tirandoli. Riflettè per qualche istante. Il delitto numero uno è la crocifissione. Non c'è dubbio".
Il punto è quello in fondo alle cascate del Niagara dove galleggia il cadavere di una ragazza senza nome. Il punto è la stanza di un ospedale dove un padre attende la diagnosi del suo bambino. Il punto è l'orecchio di un uomo barricato nel suo appartamento, ossessionato dai suoni che provengono dal piano di sopra e dal crollo del suo matrimonio. Il punto è quell'istante nella vita di ognuno in cui il destino si rivela. "Il punto" sono tredici racconti di David Means, scrittore americano di storie brevi accostato a Sherwood Anderson e Flannery O'Connor: con loro condivide quella capacità di cogliere il sublime che si accende nelle quotidiane miserie. E di rivelare, oltre la superficie dell'azione, il senso profondo del mistero.
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Anno edizione:2014
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