Lotta agli sprechi, risparmio energetico, riciclaggio totale dei rifiuti, tutela e valorizzazione del suolo naturalizzato e degli alberi, dieta povera di proteine e grassi animali, vestiti con tessuti naturali, bioedilizia, energie rinnovabili, mobilità sostenibile, città a misura di bicicletta, insomma tutto l'armamentario di quella che oggi è chiamata pomposamente green economy lo ritroviamo in parte realizzato, in parte progettato nella seconda metà degli anni Trenta, il periodo che il fascismo volle chiamare "autarchia". In realtà, tutte le economie sviluppate, compresi gli USA con il New Deal, risposero alla crisi del '29 con forme diverse di protezionismo e di autarchia. Ma il "caso italiano", depurato dalle incrostazioni del regime, ha caratteristiche uniche e di assoluto interesse, perché l'Italia era pressoché priva di combustibili fossili. L'Italia, insomma, dovette far fronte alla necessità di rimodellare la propria economia e società facendo affidamento esclusivamente su risorse che, a parte un po' di metano e di carbone e alcuni minerali, erano essenzialmente quelle dell'agricoltura e del sole; la stessa condizione che si prospetta in un prossimo futuro all'intero Pianeta con l'esaurimento dei combustibili fossili. In sostanza si trattò di un involontario e obbligato esperimento di "economia verde", costretta anticipatamente a fare i conti con i "limiti dello sviluppo". Prefazione di Giorgio Nebbia.
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Titolo: L'AUTARCHIA VERDE - un involontario laboratorio della green economy - Ruzzenenti Marino - Jaca Book, Di fronte e attraverso - 2004
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Anno edizione:2011
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