Bellissimo, toccante e molto umano questo diario di guerra che il sopravvissuto Giani Stuparich ha voluto rielaborare per lasciarci una immagine veritiera di quello che furono le drammatiche condizioni di guerra che lui e i nostri soldati si trovarono ad affrontare subito nel 1915 sulle montagne alle spalle dell’Isonzo, precisamente nel Carso isontino. Struggenti sono gli accenni alla sua Trieste, che a volte riesce ad vedere di sfuggita da una passaggio, da una croda, alla madre lontana, agli amici, come Slataper di cui non conosce la sorte. Delicato e protettivo nei confronti dell’amato fratello Carlo, che ahimè non tornerà vivo, solidale verso i compagni , fedele fino all’ultimo al suo amore irredentista. Ma il diario non è solo il ritratto di chi lo ha scritto e dei suoi sentimenti; questo diario è anche il resoconto nudo ed intenso di che cosa furono quelle giornate drammatiche, quegli assalti allo sbaraglio, quell’attesa spasmodica dell’attacco che poi magari viene rimandato, quell’essere esposti alla morte forse per una scheggia impazzita, quella lenta ma inesorabile disumanizzazione! Ma la scrittura di Stuparich è molto distesa, elegante, sensibile e fresca. Anche i racconti delle azioni di guerra sono misurati, nulla che ricordi , per esempio, Junger “Nelle tempeste di acciaio”. Si sente però alla fine forte la disillusione di quegli ideali e di quei sogni irredentisti che animarono molti giovani volontari, come lui, e che ne segnarono la sorte.
Guerra del '15
Due mesi di trincea raccontati, «di giorno in giorno, anzi d'ora in ora, da un semplice gregario». Questo è, nelle parole dell'autore, il succo di Guerra del '15, una delle testimonianze più belle e più vere che siano state scritte sul primo conflitto mondiale.
«Dal suo umile posto» Giani Stuparich, volontario triestino, intellettuale arruolatosi come un soldato qualunque tra le truppe italiane che, falciate dalle artiglierie, cercano vanamente di strappare agli austriaci le alture del Carso, ritrae la guerra in un diario «fresco e vivo di vita», che «afferra la cosa rappresentata con potenza incancellabile», come notò Gadda recensendo la prima edizione del libro (1931). «Ferma, contenuta, umana», la narrazione di Stuparich restituisce l'esperienza di un giovane, laureato a Firenze e collaboratore della «Voce», che affronta l'inferno della guerra, a fianco del fratello minore Carlo, con lo spirito di servizio e di solidarietà che solo un grande ideale può suggerire.
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