Rasputin e la fine dei Romanov
Un racconto incalzante, capace di prefigurare le insidie del nostro tempo, in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è artefatto è sempre più labile.
Chi fu davvero Grigorij Rasputin? L'«uomo di Dio» inviato per salvare l'erede - lo zarevic Aleksej - o un abile manipolatore capace di soggiogare il cuore stesso dell'impero russo? Antony Beevor, punto di riferimento della storiografia narrativa, fa luce sull'ascesa vertiginosa del folle mistico, il contadino giunto dalla Siberia, a malapena in grado di leggere e scrivere, che riuscì a stregare lo zar Nicola II e la zarina Alessandra. Rasputin non rivestiva incarichi ufficiali, non aveva forze al suo comando ed era un convinto monarchico, non certo un rivoluzionario. Tuttavia, al di là delle sue intenzioni, contribuì più di ogni altro individuo al collasso della più grande autocrazia del mondo. Il «diavolo in vesti d'angelo», capace di fermare il sangue del figlio dello zar emofiliaco, scatenò infatti un'emorragia di consensi senza precedenti. Basandosi su fonti autorevoli e testimonianze, Antony Beevor si interroga sul significato storico della figura di Rasputin mettendo in luce un fenomeno troppo spesso trascurato: come l'impatto delle fake news dell'epoca - dalle storie ingigantite che circolavano sulla corruzione politica e finanziaria del regime zarista alle voci del tutto infondate riguardo alle dissolutezze di Rasputin con l'imperatrice e persino con le sue figlie - abbia minato alle fondamenta la legittimità dello zar, ben prima della rivoluzione di febbraio. Il poeta Aleksandr Blok scrisse che «la pallottola che mise fine alla sua vita andò dritta al cuore della dinastia regnante». Grigorij Rasputin fu dunque un profeta, un imbroglione o una vittima della storia? C'era un fondo di verità in quei racconti, oppure il vero lascito di Rasputin è un'inquietante lezione sulla potenza del mito?
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Anno edizione:2026
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