Un libro crudo e per certi versi disturbante, dai toni forti e violenti. Attraverso uno stile asciutto ed intenso, la Santacroce ci racconta di Angelica una bambina abbandonata dai genitori, evento che ha segnato profondamente la sua vita. Questo libro racconta senza veli la disperazione, la tragedia di chi come Angelica è costretta a vivere una vita non voluta, l’annientamento di cui sono responsabili la solitudine e la disperazione. Un libro in cui nonostante tutto è possibile rispecchiarsi, in cui è possibile trovare comprensione per il proprio dolore, per quei sentimenti che tutti almeno una volta nella vita hanno provato. Ho molto amato questo libro e non posso fare a meno di consigliarlo.
Angelica e Veronica non sono soltanto due ragazze "estreme", sbandate, pronte a mettersi in gioco fino all'ultimo. Non lo sono perché sembrano disposte anche a giocare la carta della presunta vita "normale", quella della famiglia come porto e riparo dalle tempeste. Finirà male per tutte e due: per Veronica, umiliata nella sua bellezza e vitalità da un compagno violento, ma anche per Angelica che sposa un uomo apparentemente assennato e dalla vita regolare...
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Anno edizione:2005
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Anna Malvarosa 15 maggio 2018
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elena spadafora 09 novembre 2010
Non tutte le vite sono uguali. Per fortuna, potrebbe aggiungere qualcuno. Ma quando hai nove anni e ti senti profondamente diversa e sdradicata da tutto ciò che hai attorno, puoi prenderla solo come sfiga nera. Questa storia parla di Angelica, è una bambina e i suoi genitori decidono di abbandonarla. La lasciano con una zia malata e una badante isterica. Non le lasciano niente, solo tanto silenzio, l'abbandonano alla dittatura di se stessa, alle sue sigarette fumate troppo presto, al suo abat-jour color pesca. Angelica cresce, e si porta dietro per tutta la vita la voglia di non farcela. Di non sopravvivere. Angelica, potrebbe sembrare una banalissima sgualtrinella dal fegato zuppo, ma pensa molto, tutto quello che fa lo pensa, e poi lo fa. Angelica adotta una scimmia e la chiama Souvenir, la chiama Mariella, la chiama Veronica-culo-da-favola, sono tutti i suoi salvagenti, piccoli galleggianti sparsi per la sua vita, ai quali si aggrappa, per non annegare, e li corrompe allo stesso tempo. Angelica è come la peste, tutto quello che tocca diventa marcio, Angelica ha frainteso un uomo, ha desiderato fosse un'ennesima via di fuga. Non lo è stato. E' stato peggio di tutto il resto. Poi Angelica ha trovato un amore, anche questo sbagliato, anche questo fuori tempo. Angelica ha rotto la sua vita, probabilmente in modo irreparabile. Ha rotto le persone come giocattoli da quattro soldi, ha rotto se stessa, ha rotto la zia, ha rotto Mariella, ha rotto Veronica-culo-da-favola, ha rotto Gianmaria, ha rotto Mattia. Non c'è più nessuno in piedi attorno a lei. Ritaglia una fotografia a grandezza naturale. Attacca due elastici alle tempie, si fissa la maschera al volto. Non sei più tu Angelica, e lo sei sempre stata, quella della foto è morta sotto fiumi di alcol e sesso torbido eppure è sempre lì dentro, aspetta la sua mamma e la sua infanzia, sputa su tutto quello che non ha avuto e lo desidera, lo desidera sino a far finta di non essere fuori tempo massimo. Angelica non ha speranza, eppure continua a sperare, si arrabbia, si arrabbia moltissimo con tutti quelli che lascia indietro, anche se Angelica è la peste, Angelica va avanti, col trucco che cola, con le guance sporche di sangue. Non si rassegna a niente, non si rassegna a Gianmaria, né al suo ristorante, non si rassegna al menù-romanzo, né alla suocera una-volta-per-tutte, la rassegnazione la disgusta, a lei serve soltanto un'altra via di fuga. Un'altra, ancora un'altra via di fuga. Mira. Premi. Spara.
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