Byung‑Chul Han ci consegna un saggio breve ma denso, un invito necessario ad aprire lo sguardo sulla nostra epoca. La tesi è: non viviamo più sotto il peso del “Devi” della società disciplinare, ma sotto la seduzione infinita del “poter-fare” della società della prestazione. Si tratta però di una libertà che non libera, perché non conosce limiti; una finta libertà in cui lo sfruttatore coincide con lo sfruttato. Se le malattie psichiche del passato erano legate alla negazione e alla rimozione, oggi le nuove patologie (burnout, depressione, ADHD) nascono da un devastante eccesso di positività e dall'imperativo della prestazione. Spinti dall'ossessione dell'auto-ottimizzazione, finiamo per consumare noi stessi. Han critica anche il multitasking: celebrato come competenza moderna, è in realtà un regresso biologico che vi avvicina allo stato animale in natura. La via d'uscita indicata da Han risiede nel recupero della vita contemplativa e della "stanchezza del noi". A differenza della stanchezza solitaria che caratterizza la società della prestazione, che separa e rende muti, la stanchezza contemplativa disarma l'Io e lo apre all'altro, restituendoci (secondo l'autore) lo sguardo lento, capace di vedere l'intero e di meravigliarsi di fronte al mondo. Nel finale, il libro si schiude con un’apertura: al tempo parcellizzato e profano del capitalismo finanziario, Han contrappone il tempo sacro e solenne della festa e del gioco. Un saggio che non si limita a diagnosticare il nostro malessere, ma ci invita all'unico vero gesto rivoluzionario rimasto: fermarsi, indugiare e pensare Unico limite del saggio: lo stile di Han procede per contrapposizioni talvolta troppo dogmatiche ed esclusioni nette. A mio modesto parere alcuni concetti andavano sviluppati di più.
La società della stanchezza
Rivisitando alcune categorie classiche del pensiero novecentesco, il lavoro di Byung-Chul Han si focalizza con particolare attenzione sul disagio dell’individuo tardo-moderno nella società odierna, caratterizzata dalla prestazione, dalla competizione e, soprattutto, dall’appiattimento delle contraddizioni e dal venir meno della negatività. Le analisi sviluppate nei saggi qui raccolti mettono in luce, nello specifico, come l’ossessione dell’iperattività e la tendenza sempre più forte al multitasking arrivino a produrre disturbi di natura depressiva e nevrotica. Tali espressioni di malessere e di “stanchezza” vengono interpretate come ovvia conseguenza dell’incapacità del soggetto di sostenere i ritmi dell’iperproduzione postcapitalistica in un contesto in cui non esiste più un modello sociale imposto dall’Esterno, dall’Altro, ma è anzi il soggetto stesso ad averlo introiettato. Questa nuova edizione è stata arricchita con l’inserimento di un saggio sul burnout, che Han legge come coincidenza massima di autorealizzazione e autodistruzione, e di un saggio sul tempo, in cui contrappone al tempo profano dell’iperproduzione quello – sacro – della festa e del gioco.
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Anno edizione:2020
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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P.Max87 30 agosto 2026Saggio breve.
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ele 21 marzo 2026leggermente superficiale
Come primo approccio a questo autore non posso esprimere completamente giudizi. Come libro non è male ma ritengo che alcuni dei temi sono trattati in maniera superficiale. Nel complesso, offre un ottimo spunto di riflessione che può aiutare ad approfondire a livello personale quanto trattato dall'autore.
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alexm 24 gennaio 2026Troppo breve
Libro davvero troppo breve. Han scrive per aforismi travestiti da saggio. L’effetto è elegante, ma filosoficamente fragile. C’è un certo estetismo della diagnosi. È bravissimo a dirti che siamo stanchi, molto meno a spiegare come, per chi, perché in forme diverse. Molte affermazioni sono suggestive più che dimostrate. Le categorie sono nette, quasi schematiche: società disciplinare vs società della prestazione, negatività vs positività, immunologico vs neuronale. Funzionano bene come immagini, molto meno come analisi complesse.
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