I genitori raccontati dagli occhi di un figlio, prima che il tempo li porti via. È un romanzo strano, quasi senza nomi, ma composto da tanti volti, tanti affetti e tanto affetto. È un addio, che è quasi come una lunga carezza, cantata da Gino Paoli: la lunga carezza di un figlio che, all’improvviso, si schianta contro una realtà crudele. La vecchiaia dei suoi; le loro fragilità; la sovversione di tanti, piccoli rituali, talmente entrati tanto nella quotidianità, da essere dati per scontati. Il pensiero della morte, vegliarda, si insinua, truce, nei momenti assieme; la sua presenza, prima discreta, indugia sempre più, tra il soggiorno e la cucina, con i medicinali che s’accumulano, le frasi mezze dette, le bugie bianche, i ricordi, gli aneddoti, i segreti smezzati con le verità. È struggente doversi confrontare con la prospettiva di non averli più un giorno, ormai, per giunta, neppure troppo lontano. E in questo inesorabile countdown c’è tutta la dolcezza di un figlio, alle prese con la sua personale ricerca del tempo perduto, con i suoi personali sensi di colpa, per quello che non ha fatto, per non aver saputo essere, magari, un bravo figlio, capace di custodire i suoi, anche di fronte allo scorrere del tempo. Ecco, il narratore sconta il non aver colto il passare dei momenti, l’essersi svegliato tutto a un tratto, sul più bello, per accorgersi dell’incedere di quel tempo dei semplici. Che scandisce, anche, l’ultimo, o forse il primo, ballo d’amore dei suoi genitori.
Il tempo dei semplici
«Nacci trasforma la storia dei suoi genitori in una meditazione sulla condizione umana segnata dal tempo e dall'inevitabilità della fine, ma anche dalla continuità tra le generazioni e la loro reciproca dipendenza.» - Carmen Pellegrino, La Lettura
In questo romanzo di confine un figlio racconta i suoi genitori – la loro fragilità, la loro forza, la loro irriducibile tenerezza – prima che il tempo li porti via. Li guarda splendere mentre si fanno vecchi, nel cuore di una Trieste periferica stretta tra la città imperiale e le selve balcaniche. Ma il vero fuoco di queste pagine non è la vecchiaia né la fine: è la vita che le ha precedute e che ancora pulsa. L'epopea quotidiana di due persone semplici che contengono in sé un universo. Dopo aver cantato in modo originale e potente la fine dell'amore coniugale ne I dieci passi dell'addio, Luigi Nacci affronta ora un'altra forma di addio: quello, struggente, di un figlio ai propri genitori ancora in vita. Si entra nella lettura in punta di piedi, si attraversano uno dopo l'altro i capitoli brevi e fulminanti trascinati dalla forza della scrittura, e sempre in punta di piedi si arriva alla fine. Commossi.
Il tempo dei semplici è «il libro del figlio»: il canto della vulnerabilità, alimentato dal desiderio di salvare tutto ciò che di limpido e saggio può essere salvato in una famiglia sul punto di sgretolarsi; il canto dell’amore che si oppone come una diga alla malattia e al tempo. A raccontare in prima persona è proprio il figlio, che guarda i suoi genitori – immigrato da un Sud povero lui, triestina di un quartiere altrettanto povero lei – invecchiare. Loro si amano, loro lo amano, lui li ama, la vita è tenace ma la fine è inevitabile. La madre che inizia a comprare i ravioli al supermercato anziché farli in casa, il padre che una volta aggiustava tutto e ora si arrende al cospetto delle cose rotte. «Non ne comprano di nuove, – dice il figlio. – La casa è piena di cose vecchie e rotte. A volte penso che le cose, per farsi sacre, debbano prima rompersi». Eppure è la bellezza a rischiarare ogni gesto: il padre e la madre che salutano il figlio dalla finestra brillando come una stella sola o che fanno mille chilometri per contemplare insieme il tramonto su una panchina, il padre che sposta le lumache nel parcheggio per salvarle o la madre che prende i suoi capelli caduti e li trasforma in coriandoli. Perché anche nell’approssimarsi della fine possiamo splendere. Come in un film muto che di colpo acquista la parola, Nacci ci fa vedere Trieste e le terre che la circondano e quelle ancora più lontane con gli occhi dei semplici: il padre mandato in caserme di confine senza acqua o elettricità, la madre che ha preso solo due treni in tutta la vita, lo zio portuale che cerca la verità nelle osterie, o i ragazzini – figli di istriani, di slavi, di meridionali, di rom – che non hanno mai letto una pagina di Svevo o messo piede su una barca ma sanno riparare un carburatore con la bora a 100 km/h. È la Trieste degli ultimi che si nasconde dentro la Trieste dei fasti mitteleuropei. Un confine dentro il confine. Un margine che può illuminarci, se lo sappiamo guardare.
-
Autore:
-
Editore:
-
Collana:
-
Anno edizione:2026
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
-
Antonio Poso Zurlo 02 aprile 2026
Le schede prodotto sono aggiornate in conformità al Regolamento UE 988/2023. Laddove ci fossero taluni dati non disponibili per ragioni indipendenti da Feltrinelli, vi informiamo che stiamo compiendo ogni ragionevole sforzo per inserirli. Vi invitiamo a controllare periodicamente il sito www.lafeltrinelli.it per eventuali novità e aggiornamenti.
Per le vendite di prodotti da terze parti, ciascun venditore si assume la piena e diretta responsabilità per la commercializzazione del prodotto e per la sua conformità al Regolamento UE 988/2023, nonché alle normative nazionali ed europee vigenti.
Per informazioni sulla sicurezza dei prodotti, contattare productsafety@feltrinelli.it