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Descrizione

Prima della discesa agli inferi della Kolyma, la sterminata distesa di paludi e ghiacci nella Siberia nordorientale dove il regime sovietico portò al massimo livello di efficienza il sistematico annientamento delle sue vittime, Salamov aveva già avuto modo di sperimentare la durezza della repressione staliniana: arrestato nel 1929 per "propaganda e organizzazione sovversiva", fu infatti condannato a scontare tre anni di lavori forzati in uno dei primi lager sovietici, quello di Visera, nel Nord degli Urali. Al ricordo di quell'esperienza - il primo impatto di uno spirito libero e forte con la spietata realtà politica e sociale del Paese - Salamov, dopo il rientro a Mosca, torna in due momenti distinti della sua vita. Nel 1961, mentre già sta lavorando ai "Racconti della Kolyma", scrive i due frammenti che aprono il volume, "La prigione di Butyrki" (1929) e "Visera": testi incompiuti, eppure fondamentali per introdurre il corpo centrale del libro - quello che nel diario egli definì "l'antiromanzo di Visera", composto tra il 1970 e il 1971, ma destinato a vedere la luce solo nel 1989. In queste pagine, che si saldano indissolubilmente ai "Racconti della Kolyma" e che spesso ne richiamano temi e personaggi, tanto da costituirne l'indispensabile preludio, prende via via forma l'epopea negativa dei lager staliniani.
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Dettagli

2010
30 giugno 2010
234 p., Brossura
9788845924910

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simona scravaglieri
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"Leggere Varlam Salamov mi ha cambiato la vita". E' questo l'inizio della prefazione di Saviano a questo libro. In effetti, e' difficile rimanere indifferenti. E' quasi impossibile a volte non domandarsi il perche' di tutto cio' che ha vissuto. Questo testo, pero', chiarisce un po' il perche' il tutto ha avuto inizio ma non e' solo l'inzio di una lunga storia durata 18 anni di sofferenze interrotte solo dopo la prima detenzione, in Visera appunto. Questo testo riunisce piu' libri. Non ci troverete sofferenze o almeno ci sono ma sono di altro tipo. Ma quello che piu' colpisce e' l'analisi e il racconto puntuale della crescita ed evoluzione dei gulag sovietici, che culmina con questa riflessione: " Capii anche un'altra cosa: i lager non e' l'inferno contrapposto al paradiso. Il lager è un calco della nostra vita. Niente di piu'. Perchè il lager e' il calco del mondo? La prigione e' una parte di mondo [...] con i suoi diritti e le sue norme, le sue leggi speciali, le sue speciali speranze e disillusioni. Il lager e' fatto a immagine del mondo. In esso, nel suo ordinamento sociale e spirituale, non c'e' nulla che non sia presente anche fuori." Ora, io sono arrivata a conoscere la sua vita al contrario di come lui l'ha vissuta e raccontata. Nei racconti della Kolyma, era un uomo che per anni ha camminato sul sottile confine tra l'ultimo dei lavoratori e quelli che definivano "scoppiati", ma le ragioni di questa posizione non sono da ricercarsi nella contrapposizione al potere sovietico o a quella accusa infondata di trokismo da cui poi fu riabilitato troppo tardi. Le ragioni le troviamo proprio in questo testo. Nel '29 viene arrestato per aver stampato "Il testamento di Lenin"e, in effetti, in questo testo lui dichiara di aver lasciato l'universita' ma le carte ci dicono che ne fu espulso per aver dichiarato il falso, ovvero di essere il figlio di un ex appartenente al clero. Di vero c'e' che stampera' questo testo al ciclostile ed e' altrettanto veritiero che gia' al suo ingresso in carcere, Salamov, non e' totalmente convinto di quel movimento per cui sta immolando la sua vita. Pertanto la sua prigionia inizia arsa dal sacro fuoco delle intenzioni di cambiare il mondo e piano piano lo porta alla stesura di una serie di regole che gli permetteranno di sopravvivere. In una di queste parla distintamente di lavorare al suo meglio ai compiti che volta per volta gli verranno assegnati. Perche' l'essere rivoluzionari e' innanzitutto essere "onesti". Il suo comportamento cambia nel momento in cui arrivera' alla Kolyma e cambia per un motivo ovvero perché, rispetto ai suoi nuovi compagni di tradotta, lui sa dove sta andando e quale sara' il programma di ricondizionamento che lo vedra' coinvolto per 5 anni e poi per altri 10. Conosce gia' cio' che va ad affrontare perche' anche lui ha collaborato alla costruzione di quello che e' un regime carcerario volto allo sterminio. Collaborando alla costruzione di un lager ha l'opportunita' in qualita' di funzionario, anche se detenuto, di vederne l'evoluzione con l'arrivo di Berzin e gia' lì gli e' chiaro che un mondo autogestito, dove i carcerati non hanno bisogno di controllo, e' un mondo che carcera persone innocenti e ne culla le disillusioni con la speranza del "lavoro percentuale" che poi si trasforma cmq in una ulteriore condanna. Il detenuto che diviene ora giudice del lavoro dei compagni di tradotta meno fortunati, come anche gli uomini liberi che si adoperano nella tortura di chi e' rimasto imbrigliato nelle beghe giudiziarie, domani diverranno anche loro carcerati o verranno fucilati. In questo c'e' una sorta di giustizia, che pero' mira a sterminare chiunque sappia o abbia visto o si sia adoperato per il potere sovietico. Ed e' forse per questo che arrivando alla Kolyma cambia anche il tipo di rapporto con i suoi aguzzini. Non c'e' la ricerca di un posto migliore ma una attesa, senza la benché minima speranza, di quel che verra' di qualsiasi natura esso sia. Che sia il lavoro con il badile o la richiesta di trasportare legna in un forno o anche la proposta per la scuola infermieri non ha alcuna importanza. L'unica cosa che importa e' sopravvivere senza creare a se stesso inutili problemi e quindi osservando chi gli passa di fronte da fuori, da lontano, senza doverlo per forza conoscere. E quando sostiene che il lager non e' altro che un calco del mondo, in fondo concordo con lui. Perche' leggendo queste pagine ad un certo punto ho avuto l'impressione di leggere di qualcosa che vedo tutti i giorni ovvero la mancata onesta' di comportamento sul lavoro, nei rapporti lavorativi e pubblici e perche' no a volte anche personali. Ma se diamo a questi racconti il valore che Herling gli attribuisce, troverete solo una semplice e mirabile descrizione di un male. Ed e' per questo che ci sembra di conoscerlo bene. In pratica e' quel male che trasforma colui che lo subisce ingiustamente in colui che punira', ma non in virtu' del bene, ma perche' la vittima verra' pervasa dallo stesso male che popola i cuori di coloro che lo torturano. E di questo Salamov porta piu' e piu' esempi. Nonostante il fatto che come scrisse nel racconto "Il guanto" gli fosse veramente difficile raccontare quel che aveva visto, negli anni '70 fin quasi alla sua morte sopraggiunta nell'82, Salamov riesce a ricordare con gli occhi di quando era giovane facce e comportamenti di chi con lui visse quel triennio dal '29 al '31. Ne analizza i comportamenti ma non riporta grandi giudizi sulle loro scelte forse perchè non reputa necessario riflettere sul comportamento del singolo come su quello di una collettivita' che viene portata alla corruzione. Lo sguardo e' il medesimo di colui che racconta dei compagni della Kolyma e forse la differenza sta solo nel fatto che le descrizioni sono piu' pungenti e le termina dicendo in continuazione, quasi fosse una nenia, " dopo fu arrestato e fucilato". Questa pero' non e' una testimonianza di giustizia "divina" ma e' espresso come un dato di fatto; a testimonianza che questo cerchio della vita deviato che e' il mondo dei lager puo' terminare solo in un modo: la fucilazione. La riconversione non e' una soluzione ne per gli Articoli 58 e nemmeno per i malfattori o malversatori. L'unica soluzione e' solo ed esclusivamente la fucilazione. Alla fine delle mie riflessioni si potrebbe pensare ad un racconto crudo o triste o anche terribile. Assolutamente no. E' un racconto serio a volte disincantato che trasforma l'uomo sconfitto in un piccolo eroe. Un giovane ventenne che vive in un mondo che tende a marcire e che riesce a darsi delle regole di condotta e a vivere mai prescindendo da esse e' da ammirare. Il testo e' scorrevole e la traduzione e' puntuale ed e' corredato da una serie di note molto interessanti. Magari chi ha fatto percorsi di conoscenza di questo autore differenti potra' non concordare, ma io questo testo l'ho amato per queste motivazioni.

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Varlam Salamov

1907, Vologda

Varlam Salamov, nato a Vologda nel 1907 e morto a Mosca nel 1982, è stato scrittore, poeta e giornalista. Figlio di un prete ortodosso e di un'insegnante, lasciò la famiglia per studiare Giurisprudenza. Dal 1927 svolse attività d'opposizione al regime staliniano, fu arrestato e deportato per la prima volta in un campo di lavoro a nord dell'Ural. Liberato nel 1932, tornò a Mosca, dove intraprese l'attività giornalistica, scrisse poesie e racconti, ma nel 1937 fu nuovamente arrestato e deportato nella Kolyma, in Siberia. Fu riabilitato nel 1957 e da allora venne autorizzata in Russia solo la pubblicazione di qualche breve raccolta di poesie. Solo alla fine degli anni Ottanta, dopo la sua morte, le opere di Salamov hanno cominciato ad essere pubblicate in patria.Tra...

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